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Bettalico, il mago dei muscoli dell’Italvolley invincibile: «Io, Velasco e i trionfi azzurri»


	Francesco Bettalico con Velasco e le azzurre
Francesco Bettalico con Velasco e le azzurre

Il fisioterapista modenese della nazionale femminile campione olimpica e del mondo: «Lavorare al fianco di Julio è incredibile, lui è un vero fuoriclasse»

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MODENA. Il campione del mondo della porta accanto, made in Modena. Potrebbero bastare queste poche parole per descrivere Francesco Bettalico, non un atleta, ma un fisioterapista. Anzi, "il" fisioterapista dell’Italvolley femminile di Julio Velasco. Un ruolo, quello di Bettalico, non di prima fila in campo, ma indispensabile nel “dietro le quinte”, in palestra, sui lettini dello spogliatoio e in panchina, pronto a scattare sul parquet per ogni evenienza. E perché “della porta accanto”? Semplice, perché nonostante ad appena 35 anni al suo collo ci siano già appese svariate medaglie d’oro, Bettalico rimane un ragazzo con i piedi imbullonati a terra, idee chiare accompagnate da una grande umiltà, vera e non cartonata, sempre pronto a mettersi in discussione, ogni giorno. Modenese doc, classe 1990, Francesco, per gli amici storici “Beta”, da alcuni anni è pedina inamovibile dello staff del re mida della pallavolo mondiale: è stato infatti proprio Julio Velasco – che, come è noto, di vittorie e di talenti se ne intende – a pescarlo all’ombra della Ghirlandina. Stagione 2018/2019, Bettalico, entrato come stagista in Modena Volley, si stava occupando delle giovanili gialloblù. Re Julio lo nota, capisce che il ragazzo ha stoffa, e parecchia, e lo vuole subito con sé. Per Francesco, abituato a lavorare con la formula testa, cuore e sudore, è l’inizio della svolta: arriva la chiamata in azzurro, prima per seguire i talentini della Juniores nazionale maschile, poi nel 2024 il salto definitivo nell’olimpo, anzi direttamente alle Olimpiadi di Parigi con il passaggio alla seniores femminile azzurra, sempre in panca al seguito di Velasco. In sostanza, un perfetto caso di “sliding doors” in cui Francesco ha saputo prendere al volo la direzione giusta senza però sapere né poter nemmeno lontanamente immaginare ciò che il destino gli avrebbe riservato di lì a breve, in una manciata di mesi. Prima, appunto, l’oro olimpico in riva alla Senna e poi, a settembre 2025, la storica vittoria del Dream Team azzurro ai mondiali in Thailandia.

Francesco, quanto pesano queste due medaglie?

«Pesano tantissimo, oltre a queste due medaglie abbiamo vinto anche due titoli di Volleyball Nation League (la vecchia World League, ndr) , quindi in due anni possiamo dire 4 titoli su 4: numeri che danno la misura di quanto siano state straordinarie le ragazze, senza dimenticare tutto il team e tutto l’ambiente, con il supporto fondamentale della Federazione che ci ha sostenuto nel raggiungimento di un’impresa che facevamo fatica anche solo a immaginare».

E tra poco ne parleremo. Prima, però, riavvolgiamo il nastro: tutto per te è partito da qui, nella tua città. Come è iniziata quest’avventura?

«Tutto ha avuto inizio nel 2017, quando ero entrato come stagista nel Modena Volley per una collaborazione che è proseguita fino al 2020. Contestualmente, nel 2019 avevo iniziato a collaborare anche con la Villa d’Oro, sia maschile che femminile, come fisioterapista e come preparatore atletico: collaborazione, quest’ultima, che tutt’ora porto avanti provando un sentimento di profonda riconoscenza per le realtà che mi hanno dato fiducia quando ero all’inizio del mio percorso. Nel 2020, poi, la chiamata di Julio Velasco con cui avevo collaborato nella stagione 2018/2019 a Modena Volley, che mi ha voluto con sé nel team delle nazionali giovanili dove in quattro anni abbiamo vinto diversi titoli e medaglie. Per poi arrivare alla fatidica telefonata di Julio per entrare nel team della Nazionale femminile come primo fisioterapista».

Siamo curiosi: te la ricordi questa telefonata?

«Certo, come se fosse ieri: era il 18 ottobre 2023, intorno alle dieci e trenta del mattino. Non gli ho nemmeno lasciato il tempo di finire la domanda. L’ho interrotto a metà dicendogli subito “sì, vengo, per qualsiasi ruolo, anche solo per portare le borracce”».

Com’è Velasco? E soprattutto, com’è lavorare con lui?

«Julio è una persona che ti stimola continuamente, odia la staticità dell’approccio, punta sempre a migliorare, anche, e questo è il suo grande pregio, quando le cose vanno più che bene. Il suo e quindi nostro mantra, anche con le giovanili, è questo: “facciamo come se avessimo perso”, anche quando le cose vanno a gonfie vele. Non solo. E’ un uomo che dà tanta fiducia alle persone che lui ritiene meritevoli e dà un imprinting ben preciso a tutto ciò di cui si occupa: tutto quello che fa ha sempre un filo conduttore, una logica, dove nulla è lasciato al caso. Un’altra grande caratteristica di Velasco è la coerenza: lui è assolutamente fedele a quello che dice e alle posizioni che prende, così come al contempo difende sempre le sue giocatrici e il suo team, ovviamente a condizione di dare sempre il 100% nel nostro lavoro. Come è noto, è veramente un grandissimo motivatore. Lui, poi, ama confrontarsi continuamente con lo staff, sia medico che tecnico, per stimolare il ragionamento che sta dietro a tutte le decisioni che vengono prese, che si tratti ad esempio della scelta di una terapia, di un esercizio in sala pesi, riabilitativo o di palla. E questo ci porta a tenere sempre alto il livello di attenzione».

Cosa si prova a stare in panchina durante un match di fianco a Velasco?

«Vedere, osservare come lui gestisce tutto in panchina, dalle giocatrici allo staff intero, è illuminante: una cosa che mi ha stupito è la sua capacità di capire il momento della partita e trovare sempre i cambi giusti al momento giusto, spesso anticipando le potenziali criticità: una grandissima lucidità di visione, da vero fuoriclasse».

Passiamo alla squadra, Egonu, Sylla, De Gennaro e compagnia vincente: di sicuro la soddisfazione sportiva e professionale non manca, ma anche in termini di responsabilità non si scherza. Cosa significa lavorare con campionesse di questo livello?

«Responsabilità è la parola chiave. Non solo devi dare il massimo, ma devi dare ancora di più perché le nostre sono giocatrici di caratura mondiale. Devo evidenziare di aver trovato un gruppo di atlete, di campionesse, sempre disponibili, anche a lavorare a orari impossibili. E non è una cosa scontata, quindi chapeau a loro».

Cosa ha fatto la differenza in Thailandia?

«La volontà di un gruppo concentrato sull’obiettivo di conquistare quella Coppa: le ragazze la volevano, punto. Quella Coppa, infatti, avrebbe e ha rappresentato, come hanno evidenziato loro stesse, il coronamento di un percorso iniziato otto anni fa che le aveva viste conquistare giovanissime l’argento mondiale. E questa volontà noi l’abbiamo vista nei loro occhi. Iconica la semifinale mondiale con due titolari infortunate: nonostante questo, contro il Brasile sono riuscite a portare la partita sul due pari, 13 pari per poi trovare il guizzo decisivo per conquistare il match. Una reazione che non solo ha commosso tutti noi, ma che è stata la chiave di volta: un’ineguagliabile capacità di reazione. Per non parlare poi della Finale con la Turchia: le ragazze hanno avuto la grandissima lucidità di mettere in fila quei tre, quattro punti nel momento decisivo. Sicuramente è stata la testa a fare la differenza: in una competizione così lunga sono arrivate in una condizione, oltre che fisico-tecnica, soprattutto emotiva, che le ha portate non a guardare le difficoltà, ma a concentrarsi su cosa fare per superarle».

In campo c’erano quindi i leggendari “occhi della tigre”?

«Esatto. Non solo: erano gli occhi che raccontavano il vero significato della parola unione, quella di una squadra e di un team veramente affiatati e pronti a raggiungere la vetta mondiale».

Qual è stato il tuo ultimo pensiero, una volta posata la testa sul cuscino prima di dormire, la notte della vittoria al Mondiale?

«La profonda riconoscenza nei confronti delle ragazze, dello staff, di Julio ma anche e soprattutto della mia famiglia che mi ha sempre supportato. Li ringrazio tutti, da mia moglie ai miei suoceri, dai miei genitori a mia sorella e suo marito, per essere sempre stati al mio fianco: senza tutti loro tutto ciò non sarebbe stato possibile perché mi hanno messo nelle condizioni di poter lavorare sempre concentrato al massimo senza avere altri pensieri».

C’è un momento che rimarrà impresso nella tua mente come una polaroid fresca di stampa?

«Ce ne sono tre, uno legato alle Olimpiadi di Parigi quando in finale, io che non guardo mai i tabelloni, ho puntato il maxischermo e ho visto Italia 2, Usa 0, e noi avanti 20 a 12. Lì ho pensato: “la portiamo a casa”. Poi il secondo momento al mondiale, quando in riscaldamento ho preso al volo in ricezione l’ultima palla di Monica De Gennaro, una delle più grandi giocatrici di sempre: sapevo che quella sarebbe stata la sua ultima esperienza in azzurro e per me quella palla ha avuto un peso specifico che mi ha emozionato tantissimo e mi porterò dentro per sempre. Infine la terza “polaroid”, che rimarrà indelebile a vita: il momento in cui Julio, dopo aver vinto il Mondiale, ha voluto tutto lo staff attorno a sé per ringraziarci tutti, uno a uno, abbracciandoci commosso con un calore che mi ha veramente scaldato il cuore».

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