Ulivieri: «Orgoglio azzurro e giovani, l’Italia va rifondata così. E Gattuso andrebbe confermato»
Il presidente dell’Associazione italiana allenatori di calcio: «Il mancato stage è stato un errore. In Turchia si sono fermati 15 giorni ascoltando Montella e non a caso si sono qualificati»
MODENA. «Il calcio italiano ha bisogno di una rifondazione: al centro deve esserci la crescita dei giovani e la Nazionale che ne dovrebbe essere la massima espressione. Altrimenti si va poco lontano».
Non ha dubbi Renzo Ulivieri, 85 anni, presidente dell’Associazione italiana allenatori, decano dei tecnici nostrani e lingua e mente pungente del pallone italico: «Ha poco senso cambiare le persone, se non si modifica tutto il resto: quando resti fuori dai Mondiali per 12 anni, vuol dire che il problema è di sistema. D’altronde lo abbiamo visto con gli allenatori».
Difende la categoria?
«Si figuri. Ma vogliamo dire che i vari Ventura, Mancini, Spalletti fino ad arrivare a Gattuso, pur nella loro diversità, non sono tecnici di qualità? Eppure, il risultato è sempre stato lo stesso».
Dunque, avanti con “Ringhio”?
«Per me sì. Ha fatto un ottimo lavoro sia dal punto di vista tattico, con il poco tempo avuto a disposizione, che sotto il profilo della coesione del gruppo. In Bosnia ho visto una squadra encomiabile sotto il profilo del carattere e della grinta, e nelle dichiarazioni di fine partita, almeno io, ho sentito un grande attaccamento alla maglia azzurra. Per me, anche solo per questo, Gattuso meriterebbe di continuare. Ma si va poco lontano, se non cambiano altre cose. Ad esempio, il mancato stage è stato un grave errore: anche una selezione nazionale ha bisogno di coesione, di lavorare insieme per cementarsi dal punto di vista tecnico e tattico e sotto il profilo umano».
Pare sia stato un problema di date. Non c’erano spazi nel calendario.
«Nel nostro. Perché altrove lo hanno fatto: la Turchia, tanto per fare un esempio, ha accolto la richiesta del ct Montella di fermare il campionato per quindici giorni, in modo da permettere al commissario di avere quasi un mese a disposizione per preparare gli spareggi per qualificarsi ai Mondiali. E il risultato mi pare sotto gli occhi di tutti: loro sono ai Mondiali e noi no. Non voglio dire che questa sia la causa principale: il calcio vive anche di episodi, nella sfida con la Bosnia ci hanno girato tutti contro. Però ha avuto il suo peso».
Secondo lei si poteva fare?
«Si doveva fare. Anche se chi ha posto la questione della mancanza di date nel calendario ha detto una cosa vera. Anche questo è un problema».
Quale?
«Il calendario è intasato, si gioca troppo. L’idea di ridurre il numero delle squadre di Serie A potrebbe essere un contributo utile».
Ma non tutti sono d’accordo.
«Già. Alcuni lo farebbero anche ma devono fare i conti con l’opposizione di quei club che fanno la spola fra A e B e che temono di veder ridotte le possibilità di giocare nel massimo campionato. È anche comprensibile. Ma resta il fatto che così non cambierà mai niente».
Non c’è anche una crisi dei talenti? L’Italia non riesce più a sfornarne come un tempo.
«Apparentemente è così. O almeno sembra. Però, poi, se lei va a guardare i risultati delle nazionali giovanili, scopre che siamo sempre nell’élite mondiale: a volte vinciamo anche, ma comunque arriviamo quasi sempre in fondo a tutte le competizioni. Il problema è che quando arrivano alle porte del massimo campionato, non giocano più: non c’è pazienza, al primo errore vengono accantonati. Con i giovani non si può fare così. In Italia, prima non lo facevamo e, infatti, vincevamo i Mondiali o ci andavamo vicini. Basta seguire l’Under 21 di Baldini, che in questo periodo nero, ci sta dando tante gioie, per rendersi conto della situazione».
Ovvero?
«Il ct sta facendo un lavoro splendido favorendo la crescita di una generazione di talenti di grande qualità. Però se va a vedere nel dettaglio, più della metà gioca in B o all’estero. Possibile che per loro non ci sia spazio in A? Un tempo non era così: giocavano tutti nel massimo campionato, spesso anche in club di primissima fascia. Bisogna ripartire da lì: rimettere al centro i giovani e la loro crescita».
Le piace Baldini?
«A chi piace il calcio non possono non piacere le squadre di Silvio (Baldini ndr): arrivano al risultato tramite il gioco. Non è solo un tecnico preparato, ma anche un uomo di personalità e di una chiarezza e coerenza rare».
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