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«Io, psicologa degli arbitri Fifa»: la sassolese Jessica nel team di Collina ai Mondiali

di Gabriele Molteni

	Jessica Merenda è la piscologa degli arbitri Fifa
Jessica Merenda è la piscologa degli arbitri Fifa

Jessica Merenda è stata confermata nel Medical Team per la competizione in programma quest’estate in Usa, Messico e Canada: «La mia prima esperienza dopo l’università è stata in Formula 1 alla Toro Rosso, poi 5 anni in Qatar e ora eccomi qui»

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SASSUOLO. Dopo la sconfitta dell’Italia contro la Bosnia, il tema della mancanza di talento ha monopolizzato il dibattito pubblico. La realtà però è che il talento non è scomparso, ma è semplicemente stato plasmato in modo migliore negli altri sport che, in molti casi, stanno vivendo un periodo d’oro, ricco di vittorie e traguardi storici. Le eccellenze italiane continuano a brillare, sia all’interno dello Stivale che all’estero, e non solo per quanto riguarda l’ambito sportivo. Esiste infatti un pezzo d’Italia che ai Mondiali quest’estate ci andrà, senza però indossare una divisa azzurra, ma lavorando dietro le quinte. Si tratta della sassolese Jessica Merenda, psicologa che, dopo aver già lavorato al Mondiale per Club 2025, è stata confermata all’interno del Medical Team della Fifa, che segue gli arbitri sotto la direzione di Pierluigi Collina, per il Mondiale americano di quest’estate.

Come è iniziato il suo percorso lavorativo e quali sono stati gli step che l’hanno portata a lavorare con la Fifa?

«Io sono laureata in psicologia, ma anche in educazione motoria preventiva e adattata e ho un master in psicofisiologia. Appena uscita dall’università la mia prima esperienza è stata in Formula 1 in Toro Rosso. Da lì poi ho avuto la possibilità di andare in Qatar, dove ho lavorato per 5 anni in una delle accademie calcistiche più grandi al mondo. Infine, quando sono tornata in Italia, ho iniziato a collaborare con la Fifa. È stata una opportunità che ho avuto perché uno dei preparatori atletici che lavorava con Collina ha insistito per inserire la mia area di competenza all’interno del team di lavoro».

Nello specifico il suo lavoro in cosa consiste?

«Mi occupo di psicofisiologia. Quindi parto dal corpo e da come reagisce sotto stress e alla pressione, perché spesso è proprio il nostro corpo il primo a parlare e a darci segnali. Attraverso il corpo poi arrivo alla mente. Noi infatti abbiamo a disposizione uno strumento potentissimo, ma nessuno ci ha insegnato ad usarlo. Il mio approccio è quello di lavorare sul corpo e da lì andare a costruire la comunicazione, le relazioni, la preparazione della partita e tutta un’altra serie di elementi. Nello sport questo approccio più pratico, anche per le tempistiche ristrette che abbiamo, è quello che mi dà più soddisfazioni. Tutte le informazioni che raccolgo le condivido poi al resto dello staff per raggiungere un obbiettivo comune».

Quanto incide una figura professionale come la sua in un team di lavoro?

«Sono consapevole che inserire nel team una figura come la mia sia un investimento e a volte c’è la necessità di investire in altro. Io la trovo però una figura chiave. In Italia il nostro ruolo è ancora poco conosciuto e forse è anche un po’ colpa nostra che non riusciamo a dare il giusto valore a quello che facciamo. È anche per questo che io ho puntato molto sul corpo e sulla psicofisiologia, perché per me per uno sportivo è molto più intuitiva e vicina al suo mondo».

Attualmente sta lavorando a stretto contatto con gli arbitri, quali sono le difficoltà maggiori con cui devono convivere nel loro lavoro?

«Per gli arbitri, come per tutti gli atleti con cui ho lavorato, la difficoltà maggiore è la gestione della pressione. Hanno un’esposizione mediatica molto alta e una responsabilità enorme. Viene un po’ sottovalutato il loro compito, ma se si conoscesse tutto il percorso che c’è dietro la preparazione di una partita si capirebbe che fanno un lavoro enorme. Non a caso c’è uno staff al completo che li segue».

Con l’esplosione dei social stiamo vedendo che il fenomeno degli insulti e delle minacce agli arbitri è si è amplificato. Come si gestisce questa ulteriore fonte di pressione?

«Il discorso dei social vale a 360 gradi. La pressione la vivono anche i giovani che vedono un mondo fatto di finta perfezione. L’impatto è stato negativo per tutti. Per gli arbitri è sicuramente un’ulteriore fonte di pressione, ma è un discorso che vale per tutti gli atleti. Una volta al massimo si leggevano i commenti sui giornali il giorno dopo, ora dopo pochi secondi puoi ricevere già centinaia di insulti. Per quanto non sia positiva è una realtà con cui siamo obbligati a convivere e bisogna trovare il modo di affrontarla».

Negli ultimi anni sembra che il tema della salute mentale nel calcio sia stato sdoganato, anche grazie alle testimonianze dirette di molti sportivi che si sono esposti a riguardo. A che punto siamo secondo lei?

«Per fortuna ci sono questi ragazzi che sdoganano questi temi. Secondo me però siamo ancora un pochino indietro. Mi rendo conto che l’atto di venire da me possa essere interpretato, sbagliando, come una dimostrazione di debolezza. E in un mondo in cui sembra che sopravviva solo il più forte non è facile mostrare le proprie fragilità. Penso quindi che chi svolge il mio ruolo debba essere bravo ad integrarsi all’interno di un contesto, così da normalizzare la sua presenza. Quando ho iniziato a lavorare stavo in ufficio con la speranza che qualcuno bussasse alla mia porta e mi chiedesse aiuto. Poi ho capito che ero io che dovevo avvicinarmi agli altri e al loro contesto. Per questo a Doha stavo in campo con i ragazzi tutti i giorni».

A che punto si sente della sua carriera? E in quale nuova sfida si vorrebbe cimentare in futuro?

«In questo momento sono contentissima. Ora siamo nel bel mezzo della preparazione e quando succede sono sempre entusiasta perché ci sono un sacco di cose da fare. Se devo dire però una sfida che vorrei affrontare in futuro la risposta è sicuramente le Olimpiadi. E chissà che prima o poi non possa togliermi anche questa soddisfazione».

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