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Gozzi da record negli Usa: «Esperienza incredibile»

di Lara Lugli

	I Park Pirates campioni (a sinistra) e Alessandro Gozzi
I Park Pirates campioni (a sinistra) e Alessandro Gozzi

Il libero partito da Nonantola ha vinto imbattuto il titolo NAIA

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MODENA. A vent’anni si può scegliere di restare dentro ciò che si conosce oppure partire, inseguendo qualcosa che ancora non ha una forma precisa. Per Alessandro Gozzi quella scelta è arrivata quasi all’improvviso, ascoltando il racconto di un compagno di squadra che aveva fatto un’esperienza negli Stati Uniti e seguendo la sua passione per la pallavolo.

Dall’Emilia al Missouri

Un’intuizione più che un progetto, nata tra allenamenti e scuola, diventata poi una strada concreta capace di portarlo dall’Emilia al Missouri, lontano da casa, dagli amici e dalle abitudini di sempre.

Oggi Alessandro Gozzi, modenese classe 2005, cresciuto pallavolisticamente tra Nonantola, Modena Volley e Stadium Mirandola fino alla Serie A3, è uno dei protagonisti della straordinaria stagione della Park University di Kansas City.

Con i Park Pirates ha conquistato il campionato NAIA (National Association of Intercollegiate Athletics) chiudendo l’annata da imbattuto: 35 vittorie e nessuna sconfitta, fino al titolo nazionale arrivato sabato 9 maggio.

Un legame che non s’è mai spezzato

Ma dietro ai numeri e alle vittorie c’è soprattutto il percorso di un ragazzo che ha scelto di mettersi in discussione. Due anni fa ha ottenuto una borsa di studio per frequentare la facoltà di Economia negli Stati Uniti, unendo studio e pallavolo in un sistema che, racconta, «permette davvero di vivere entrambe le cose allo stesso livello». «Quando ero al Modena Volley – racconta – un ragazzo con cui giocavo stava andando in America a studiare e giocare. Tornai a casa e dissi subito che volevo farlo anch’io. E poi l’ho fatto davvero».

Una scelta coraggiosa, sostenuta fin dal primo momento dalla famiglia e dagli amici rimasti in Italia. «I miei genitori sono stati fondamentali, il vero pilastro della mia vita, così come i miei amici in particolare il legame con l’amico Niccolò. Ci sono stati momenti difficili, soprattutto perché era la prima esperienza lontano da casa e dall’altra parte del mondo». La distanza pesa, inevitabilmente. Alessandro torna in Italia solo in estate e a dicembre, mentre dall’altra parte dell’oceano famiglia, amici e fidanzata seguono le sue partite in streaming nonostante il fuso orario. Un legame che non si è mai spezzato e che, anzi, nei momenti complicati è diventato ancora più importante.

«La stagione più bella della mia vita»

«È stata la stagione più bella della mia vita, ma anche la più difficile» ammette. Perché vincere tutto non cancella la nostalgia, i sacrifici, la necessità di imparare a cavarsela da soli. Ed è forse proprio qui che l’esperienza americana assume un significato più profondo. Nel campus di Kansas City Alessandro vive ogni giorno a contatto con ragazzi provenienti da tutto il mondo. Nella sua squadra convivono culture diverse: Messico, Brasile, Serbia, Algeria, Repubblica Dominicana e Italia. «Siamo dieci nazionalità diverse – spiega – e questo ti apre tantissimo la mente. Tutti compagni e persone straordinarie che mi hanno aiutato nel mio percorso. È stato importante anche avere con me due ragazzi italiani, Alessandro e Umberto e poi il coach che ho avuto qua mi ha fatto crescere tantissimo, sia come giocatore che come persona».

Quello che gli manca di più dell’Italia non è soltanto il cibo o la pizza, ma «la semplicità delle cose, trovare cose belle dappertutto, uscire per un caffè, ritrovarsi senza dover programmare tutto, vivere le relazioni con spontaneità». Una differenza culturale che ha imparato a osservare e comprendere senza smettere di sentirsi profondamente legato alle proprie radici. Libero, ruolo spesso associato al sacrificio e all’equilibrio, Alessandro sembra aver portato in America anche quel modo di stare in campo: silenzioso, concreto, capace di sostenere il gruppo. E forse non è un caso che, parlando della sua esperienza, finisca sempre per tornare sulle persone più che sui trofei. «Consiglio questa esperienza a tutti i ragazzi giovani – racconta – perché ti fa ripartire da zero e ti fa capire che alla fine la persona che può davvero farti crescere sei tu».

Tra due anni arriverà la laurea, poi il futuro è ancora tutto da scrivere. Intanto Alessandro si gode un’estate finalmente a casa, dopo aver conquistato l’America senza dimenticare da dove è partito. Perché a volte lo sport non è soltanto vincere un campionato: è imparare a conoscersi mentre si attraversa il mondo.

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