Bigica: «Stagione difficile, il Sassuolo ha imparato tanto»
L’allenatore neroverde dopo la conquista della salvezza: «Mesi duri, le aspettative iniziali erano alte»
SASSUOLO. A salvezza finalmente conquistata, la Primavera neroverde si prepara ad ospitare il Frosinone al Ricci, sabato 16 maggio alle 11, e a giocare una partita a mente libera, una sensazione questa che mancava da mesi.
«L’aspetto mentale è importantissimo»
«Da dicembre-gennaio ci siamo un po' complicati la vita – ci racconta mister Bigica in un'intervista esclusiva – le prestazioni erano anche fatte abbastanza bene, ma abbiamo pagato troppo delle disattenzioni che ci hanno messo in una situazione di classifica complicata. Però i ragazzi sono stati bravi a capire il momento che stavamo attraversando e che questo richiedeva uno step dal punto di vista mentale. Dalla partita con la Juventus in poi abbiamo avuto una media punti che ci ha permesso di prenderci un buon margine di vantaggio, fino a chiudere il tutto matematicamente. Sono stati mesi duri, perché le aspettative erano alte, era una squadra che, per valori, non doveva arrivare a questo punto, ma tante volte le stagioni sono strane. Come ripeto da sei anni, l'aspetto mentale è importantissimo e quest'anno forse ha tardato un po' a crescere e migliorare».
«Un’annata da ricordare per tutti»
Il Sassuolo veniva da tre qualificazioni ai playoff, uno scudetto e una supercoppa, e questo forse potrebbe aver creato nei ragazzi l'idea che bastasse indossare la maglia neroverde per arrivare in alto: «Io ho sempre cercato di tenere alta l'asticella, per abituarli a quello che troveranno nel calcio dei grandi, dove si può lottare per vincere qualcosa ma anche per non retrocedere o fare i playout. La componente emotiva inizia a pesare se, nonostante la prestazione giusta, non vinci, e a noi è successo, siamo stati più di due mesi senza vincere. Si è innescato un circolo vizioso. Credo che comunque sia un'annata da ricordare per tutti, perché c'è sempre qualcosa da tenere buono per il proprio percorso. Alla fine siamo migliorati e ce l'abbiamo fatta a mantenere la categoria, che è sempre stato il primo obiettivo stagionale da quando sono qua. Ora c'è soltanto bisogno di riposare, di staccare la spina e ripartire».
«Motivo di vanto e orgoglio»
C'è stato il Sassuolo di Bruno, poi quello di Russo, infine quello di Knezovic, quest'anno nessuno ha avuto un ruolo così dominante: «Ho avuto la fortuna di avere sempre un giocatore con cui la squadra venisse identificata, in questa non c'è il giocatore che può risolvere la gara con il colpo personale, però è una squadra quadrata, leggibile che, con un'attenzione alta, un aspetto mentale migliore e meno errori individuali, avrebbe potuto avere dei punti in più ed essere tranquilla già da qualche giornata».
Non si sottolinea abbastanza che il Sassuolo punta tanto su ragazzi provenienti dal vivaio, con pochi innesti da fuori e, comunque, sta facendo grandi cose: «Il fatto che tanti ragazzi facciano il percorso qui da bambini fino alla Primavera è un motivo di vanto e di orgoglio. Va dato merito a chi li sceglie e a chi li allena. Quest'anno già dei ragazzi si sono affacciati alla categoria, hanno fatto esperienza e questo sarà un vantaggio ai blocchi di partenza della prossima stagione».
«La categoria dà grandissime soddisfazioni»
A due anni dalla vittoria dello scudetto, tanti di quel gruppo sono in giro tra Serie B e C, ma qualcuno fatica. Perché anche chi spicca così tanto nel campionato Primavera poi deve sgomitare tanto per emergere? «Io credo che ognuno abbia un suo percorso, magari qualcuno gioca meno di quanto ci si aspettasse e viceversa. Sono nove anni che alleno in questa categoria e posso dire che di solito chi ti ruba l'occhio in Primavera prima o poi arriva a giocare minimo in Serie B, salvo contrattempi fisici in momenti cruciali della carriera. Il format del campionato secondo me aiuta per l'aspetto mentale, che è quello dove poi si possono trovare difficoltà nel calcio dei grandi».
Alla fine dello scorso campionato, ha detto che le piacerebbe battere il record di Alberto De Rossi, lui sulla panchina della Roma c'è stato 19 anni: «Mi manca un bel po' – risponde il mister sorridendo – mi piacerebbe anche allenare i grandi, ma questa categoria mi dà grandissime soddisfazioni, vedere dei miglioramenti nei ragazzi ti rende contento, a volte capita proprio con chi ai nastri di partenza era una riserva e poi invece, grazie all'umiltà e alla voglia di imparare, diventa protagonista».
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