Gazzetta di Modena

Izu: «Fotografare? Una sorta di pellegrinaggio»

di Stefano Luppi
Izu: «Fotografare? Una sorta di pellegrinaggio»

Al giapponese, in città ed entusiasta di Modena, dedicata la monografica “Territori dello spirito”

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MODENA. Si aggira per il Foro Boario - e per la città: è entusiasta dei nostri monumenti e del nostro cibo e vino - un signore giapponese, Kenro Izu che magari passerà inosservato ai più ma è in realtà uno dei maggiori fotografi del nostro tempo. Izu, 65 anni, un'aria particolarmente serena, è protagonista della importante mostra monografica “Territori dello spirito” che gli ha organizzato Fondazione Fotografia con la cura di Filippo Maggia. Il visitatore capirà immediatamente, vedendo le sessanta foto esposte realizzate in molti dei principali luoghi sacri del mondo, le caratteristiche dell'artista. La sua abitudine a osservare in silenzio i luoghi per alcune ore e in assenza il più possibile di altre persone, l'uso di strumentazione professionale tradizionale del peso di cento chilogrammi e i tempi lunghissimi per realizzare una sola foto: anche tre giorni di lavoro per portare a casa l'immagine.

«In questa mostra - spiega l'autore - sono esposti trent'anni del mio lavoro e dunque non posso che essere soddisfatto anche perché ho individuato la vostra città di cui sono entusiasta. Purtroppo in Italia, come in Giappone, è difficile per me fare foto perché sono nazioni troppo complicate, luoghi di turismo molto diffuso». Il giapponese si sofferma poi sulla sua idea del gesto fotografico: «La mia ricerca affonda le sue radici nella vita e per me fotografare è come compiere una sorta di pellegrinaggio, per questo ho bisogno di entrare in sintonia con il soggetto che devo fotografare senza la presenza di persone. Qualcuno dice che è una specie di cerimonia quella che compio quando scatto una foto, io in effetti lavoro sulla lentezza e appunto nel segno della profondità e dell'individuazione di un rapporto tra me e l'oggetto da fotografare».

L'uso della strumentazione è quasi incredibile: «Mi porto dietro - continua Izu - l'ho sempre fatto macchine fotografiche per un peso di circa 120 chili e sono sempre solo, al massimo mi aiuta in parte qualche portantino giunto sul posto. Trovo che le tecniche fotografiche ottocentesche siano straordinarie ancora oggi anche perché mi permettono meglio di individuare l'atmosfera giusta per un dialogo che in fondo è con me stesso».

Quello che emerge dalle fotografie esposte in “Territori dello spirito” è il grande fascino che le immagini di Izu riescono a trasmettere di luoghi quali e Piramidi dell'Egitto, alle antiche pietre dello Stonehenge, dalla città di Angkor in Cambogia ai templi buddisti in India e Indonesia, dal deserto della Siria alle alte vette del Tibet. Affascinato dalla sublime bellezza delle vestigia antiche e dal profondo senso di caducità che sono in grado di trasmettere, il fotografo giapponese individua nel recupero di stili e tecniche tipici della fotografia ottocentesca il mezzo più adatto per imprimere le atmosfere mistiche dei luoghi incontrati e riprodotti con le antiche tecniche.

«Mi chiedono spesso - conclude l'artista - perché io fotografi sempre monumenti. Mi interessa questo soggetto perché è quanto di più vicino possibile alla durata eterna, anche se si guarda bene esiste una sottile linea di confine tra la pietra e la sabbia circostante. In realtà tutto è transitorio come ci insegna il buddismo: io, un fiore, una pietra sono un momento nell'eternità». La mostra inaugura stasera alle ore 19 e poi prosegue sino all'11 gennaio, mentre domani al Foro Boario alle ore 18 Kenro Izu incontra il pubblico nel corso di un artist talk.

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