Gazzetta di Modena

Sfingi e nature morte alla Mazzoli con il segno narrativo di Banhart

di Michele Fuoco
Sfingi e nature morte alla Mazzoli con il segno narrativo di Banhart

MODENA. Il segno è elemento dominante dell'opera di Devendra Banhart che, dopo otto anni, ritorna alla Galleria di Emilio Mazzoli, in via Nazario Sauro 62. Un segno che sa trovare le sorgenti della...

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MODENA. Il segno è elemento dominante dell'opera di Devendra Banhart che, dopo otto anni, ritorna alla Galleria di Emilio Mazzoli, in via Nazario Sauro 62. Un segno che sa trovare le sorgenti della creazione in un sapere antico (sfingi) e nella quotidianità (nature morte), quasi a stabilire interrelazioni capaci di delineare possibili incontri tra passato e presente, tra mito e realtà. L'artista americano tende ad affermare, nei suoi lavori, un linguaggio che si sviluppa attraverso numerose declinazioni e forme di reinvenzione, per diventare visivo nella pittura e lirico nella musica apprezzata nel mondo, in quanto Banhart ha tenuto concerti in Europa e negli Stati Uniti ed è autore di numerosi album come "Oh Me Oh My", "Nino Rojo", "Cripple Crow", "What Will Be", "Mala". Una cultura a vasto raggio, con interessi anche per la parola scritta (la prefazione al libro di fotografie di Lauren Dukoff, e l'introduzione ad una selezione di poesie di Kenneth Patchen). Un'ampia piattaforma creativa e Devendra ne affida la comunicazione anche al disegno che pare unificare le sue molteplici vocazioni in un repertorio figurativo che accoglie particolari strutture di reinvenzione di modelli culturali e ordinari di tempi diversi. Delle sfingi ne fa quasi figure di culto, di elevazione. Elabora una tensione iconografica attorno alla loro vita. L'immagine parla di un un singolare legame dell'uomo con la sua natura umana e animale, non senza una punta di sgomento. Ma si percepisce in esse anche un nuovo respiro narrativo, come consapevole progetto di ricerca di creature mitologiche in cui aleggiano, tra focalizzazioni e travìsamenti che sfociano nell'immaginario, la paura delle metamorfosi, interrogativi angoscianti di fronte al rapporto unificante di parti del corpo di differenti esistenze, di cui l'immagine, realizzata ad inchiostro su carta antica, si offre come un sorta di correlato di architetture non solo esteriori, con rimandi a graffiti su pareti di grotte o caverne dell'arte preistorica. La sottile sensibilità consente al trentatreenne artista di New York di indicare la salvezza della pittura persino nella semplicità delle esperienze, orchestrando nelle nature morte una serie di presenze di oggetti, con componenti segnici, figurativi e talvolta astratti, che entrano in relazioni inattese. Oggetti accostabili per affinità di tensioni che prendono risalto nella reciproca interazione di cose comuni che l'arte riscatta dalla loro banalità. E' come dire che gli oggetti valgono non tanto nel loro isolamento quanto ne loro effetto d'insieme , e che la realtà appare stupefacente anche negli aspetti del banale. E il rinnovamento degli stessi motivi è determinato dal bisogno di prolungare il più possibile gli echi delle loro relazioni reciproche. Non mancano, su tavola e carta, orditure astratte di analogia musicale. Così i suoi disegni hanno trovato ospitalità in musei, fiere, prestigiose gallerie internazionali: dallArt Basel Contemporary Art Fair di Miami al San Francisco Museum o Modern Art, dal Palais des Beaux-Arts di Bruxelles al Museum Contemporary Art di Los Angeles.

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