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G. PIPINO Sopravvivere a un ictus e poi raccontarlo «Ormai sta per finire la settimana, è stata proprio pesante tra il caldo e tutto il resto, ma fra un pò sono a casa; ho fatto tutto per andare tre...

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G. PIPINO

Sopravvivere

a un ictus

e poi raccontarlo

«Ormai sta per finire la settimana, è stata proprio pesante tra il caldo e tutto il resto, ma fra un pò sono a casa; ho fatto tutto per andare tre giorni al mare con l'amico Francesco.

In settimana ho fatto il dovere di donatore e gli esami tutto ok, tra un'oretta a casa e preparo la borsaper il mare...».

Ma il 21 maggio 2004 Gian Carlo Pipino non partirà per il mare perché viene colpito da un ictus e trasportato al Policlinico. Un male che il paziente riesce a sconfiggere, come si legge nel libro “Io, l'Ictus e ALICe” (Edizioni Sigem, pagg. 100, 9 euro), di cui abbiano riportato le prime righe. Un libro che ripercorre le difficili tappe della guarigione, da quando Pipino era in ospedale e veniva sottoposto a logoterapia, poi continuata a casa. «Mi facevano scrivere di tutto - annota - Ciò che vedevo anche attraverso la finestra, ma pure le mie preoccupazioni, sensazioni, rabbia. Con le logopediste leggevo pagine di giornali».

Centinaia i fogli che Pipino riempiva con una calligrafia precaria, da bambino. «Proprio quelle pagine, che le ragazze­curatrici mi hanno aiutato a trascrivere in una forma corretta e di senso compiuto, sono diventate libro, rimasto per anni nel cassetto».

Quegli anni di vita disperata e coraggiosa sono stati una molla che lo ha portato a fondare nel 2006 a Modena, con infermieri, medici, psicologi, ALICe, l'Associazione Ictus Cerebrale, che ha sede nella Casa della Solidarietà, in via S. Caterina. Pipino, ora in pensione, era tornato anche a lavorare part­time presso la UPEM.

Ora porta questa sua esperienza in convegni e in riunioni con chi è interessato ad approfondire l’argomento. «Sono guarito - spiega - ma la spada di Damocle è sempre davanti. Ci sono paure, apprensioni, ma bisogna vivere giorno per giorno. Il mio libro vuole essere un’iniezione di fiducia, perché indica che si possono fare cose positive pur avendo avuto un ictus». (Michele Fuoco)

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