I “Canti Orfici” di Campana diventano una lettura-spettacolo
MODENA. Valentino Borgatti e i suoi allievi (Francesca Ansaloni, Michele Borgatti, Giulio Ferrari, Francesca Malagoli, Irene Palladini, Elisabetta Reggianini) daranno voce, domani alle 10, presso l'Ac...
MODENA. Valentino Borgatti e i suoi allievi (Francesca Ansaloni, Michele Borgatti, Giulio Ferrari, Francesca Malagoli, Irene Palladini, Elisabetta Reggianini) daranno voce, domani alle 10, presso l'Accademia Nazionale di Scienze, Lettere e Arti, in corso Vittorio Emanuele 59, ai “Canti orfici” di Dino Campana (Marradi, Faenza, 1885 - Castel Pulci, Firenze, 1932). Il poeta romagnolo è stato ricordato, martedì, all'Accademia, da Donata Germandi, docente al Liceo Muratori. Domani, invece, di scena il recital “... ma tu sera d'amore di viola/ tu ad un ignoto cielo notturno”, fatto di versi di Campana e di Sibilla Aleramo, amata con sconvolgente passione tra il 1916 e il 1917, tale da compromettere la già precaria salute mentale del poeta che trascorrerà gli ultimi quindici anni della sua vita nell'ospedale psichiatrico di Castel Pulci.
L'occasione per rendergli omaggio è data dal centenario della prima edizione dei “Canti orfici”. Infatti, nel 1914, fu pubblicata l'opera, forse con una sottoscrizione pubblica. Un'opera che, come manoscritto, lo stravagante Campana rimproverava a Soffici e Papini di aver smarrito, dopo averla loro presentata un anno prima, per una eventuale pubblicazione sulla rivista “Lacerba”. «Quando furono pubblicati i Canti orfici - scrive Carlo Bo - Campana fu subito un atto violento, leggerlo costituiva uno “choc” e fatalmente, meccanicamente diventava una occasione di assoluto, il modo più puro per sottrarsi alle ragioni immediate della realtà e - soprattutto - un'offerta di poesia allo stato puro».
E Borgatti evidenzia come nei suoi scritti si avverta «il fascino delle ore crespuscolari, della luna sui campi, della finestra illuminata nel buio della notte mediterranea». La notte è ricorrente e diventa, con le “taciturne porte” che essa ha aperto sull'infinito, forma di ogni esistenza.
Un poeta “maudit”? Forse. Ma certamente un visionario per il quale i viaggi (Odessa, Parigi e Bueos Aires, Montevideo, Pampa, Firenze, Genova...) costituivano necessità di fuga per un inquieto vagabondare in un mondo in cui sentirsi smarrito, come in un delirio. Un mondo di cui restano solo frammenti di cui si nutre la sua poesia che si compone di testi mutilati e di materia frantumata, ma pur sempre preziosi con quel senso di indefinibile. Campana ha un modo nuovo di dire le cose. È padrone di una lingua che non sarà mai di nessuno, con la parola che sa sciogliersi in musica.
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