Gazzetta di Modena

“Class enemy”, un bel racconto di formazione

di Alberto Morsiani
“Class enemy”, un bel racconto di formazione

Il film si rifà al filone degli “school movie” tracciando una riflessione matura su educazione e società

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CLASS ENEMY di Rok Bi›ek. Slovenia 2013

Una classe di liceo della Slovenia contemporanea e un professore di tedesco. L’una contro l’altro. Accade nel debutto del giovane cineasta balcanico, neanche trentenne, promosso dalla Settimana della Critica di Venezia, che indaga i rapporti umani in un istituto scolastico assurto a sintomo della società odierna. Il film si riallaccia a una tradizione di “school movie”, che dai classici di Jean Vigo e Lindsay Anderson transita fino ai recenti “La classe” di Laurent Cantet e “Monsieur Lazhar” di Falardeau. Il film è soprattutto un racconto di formazione bilaterale scatenato da un evento tragico (il suicidio di una studentessa, di cui viene fatta colpa proprio all’insegnante), che adolescenti, docenti e famiglie sono chiamati a elaborare. Il fatto è che esiste tra questi soggetti un’incolmabile differenza nel modo di intendere la vita. Il divario tra le generazioni sembra diventare sempre più ampio: dalla scuola si passa ben presto all’intera società. È l’insoddisfazione per quest’ultima, in realtà, che sta dietro alla ribellione degli studenti contro il sistema scolastico simboleggiato dallo sventurato prof. L’insoddisfazione latente genera mostri di ribellione. Come il suicidio di una ragazza, le cui cause vengono volutamente lasciate in un limbo di interpretazioni opposte: ciascuno può offrire la risposta che più gli aggrada. Zupan, il nuovo supplente di tedesco, è uomo di poche parole, rigido, in apparenza freddo, esigente e duro, l’esatto contrario della docente che ha appena sostituito, in congedo per maternità, comprensiva e premurosa. È proprio la pretesa di Zupan di “creare persone”, come va dicendo, e le sue arroganti lezioni su Thomas Mann e Ivan Cankar che pian piano destabilizzano una classe fino ad allora addormentata su se stessa. A Zupan, sull’altro fronte, si oppongono l’inquieto Luka orfano di madre, l’omofobo Tadej e la timida Sabina appassionata di pianoforte. È quest’ultima a crollare, dopo un duro colloquio col prof, e a togliersi la vita. Naturalmente, Zupan diventa subito il capro espiatorio di una situazione di sofferenza che ha radici assai più profonde e meno visibili. Da qui la ribellione, che il regista tiene quasi interamente all’interno dell’istituto, che diventa dunque, come un ologramma, la parte per il tutto. Si riflette, qui, sul ruolo degli educatori e dell’educazione; sui modelli scolastici e familiari. Si può anche insinuare, data la materia insegnata da Zupan, che affiora il tema mai del tutto sopito del nazismo sloveno, e quindi sul peso della storia e della memoria sulle nuove generazioni. E quello della Slovenia, un paese che non pare in grado di fare i conti con se stesso: “Sloveni, se non uccidete voi stessi, uccidete gli altri”, afferma improvvisamente lo studente cinese, l’unico straniero della classe. Un film maturo fatto di confronti e scontri che si mette in discussione, rifuggendo da formule precotte e idee preconcette.

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