Quei mulini ritrovati tra i tanti torrenti del nostro Appennino
Giovanni Sperandini è partito dalla mappa fatta nel 1849 con il censimento di 386 impianti. Prefazione di Guccini
Giovanni Sperandini con il suo interessante volume ci porta su un sentiero poco battuto, alla scoperta dei mulini ad acqua dell’Appennino. “Mulini ad acqua dell'Appennino Modenese- I bacini di Panaro e Secchia” (Artestampa, pp. 109, 15 euro) è una guida unica nel suo genere.
Si tratta di un sentiero poco battuto, spesso tra i ruderi; i mulini, che nella statistica ducale del 1849 erano 386, sono parte, per molti di noi, di un passato lontano, mentre hanno tanto da raccontare, della nostra storia e delle nostre tradizioni. I mulini ad acqua servivano per produrre le farine di base in grado di sfamare le famiglie e in cui si macinavano grano, granoturco, orzo, fava, miglio, avena e mangimi con attrezzi di diversa misura.
Ad aprire questo bel viaggio, frutto di anni di ricerche di Sperandini, troviamo un testo di Francesco Guccini, attraverso il quale il cantautore fa una dichiarazione d'amore ai mulini, anche perché il nonno ne aveva uno dove oggi lui vive, dopo averlo trasformato in casa per tutto l’anno.
«Il mulino - scrive - è un castello di carte, meraviglioso, affascinante, ma pur sempre un castello di carte, instabile, probabile…Un castello di carte, dicevo, dove tutto balla e traballa, ma dove tutto è magico, affascinante, come il duro mestiere del mugnaio, artigiano che con antichi gesti antichi apre la paratoia per dare acqua, controlla a tasto la grana della farina e stabilisce se alzare o abbassare la distanza fra le due macine, chiude la saracinesca quando ha finito di macinare o sente che il bottaccio si è vuotato e deve attendere che si riempia di nuovo, e questo anche lungo la notte. Un artigiano che sposta sacchi, li pesa nella bascula li vuota nella tramoggia, li riempie di farina macinata. Un mestiere antico che non c'è quasi più. A volte il mulino esiste solo in qualche spot pubblicitario. Ma lasciatemelo dire: i Mulini Bianchi non sono mai esistiti. I mulini, i gloriosi vecchi mulini erano grigi, di polvere e farina e, in qualche angolo, forse, c'era pure una piccola ragnatela».
In queste righe Guccini dà il senso della lunga, ricca e faticosa ricerca di Sperandini, che con somma pazienza è andato a scovare vecchi mulini, a fotografarli, per poi documentarsi in modo scrupoloso sulla loro storia. Alcuni sono abbandonati, diversi sono diventati case di residenza ristrutturate, altri ancora sono soltanto ruderi sul corso di un canale. Tutti però raccontano cose importanti. Nel volume Sperandini parla dei mulini collocati nel Bacino del Panaro e del Secchia dividendoli per comuni. La consistenza numerica di quelli ancora visibili è la seguente: Fanano, 28; Frassinoro 6; Guiglia 7; Lama Mocogno 12; Montecreto 9; Montefiorino 2; Montese 32; Palagano 1; Pavullo 9; Pievepelago 6; Polinago 10; Prignano 2; Riolunato 17; Serramazzoni 4; Sestola 7; Zocca 4. Attualmente ne sono in funzione solo 13. Un libro da non perdere per chi ama la storia del nostro territorio. (o.g.)
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