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il commento

“Vie”, le vere sorprese arrivano dalle compagnie “più piccole”

di Andrea Marcheselli
“Vie”, le vere sorprese arrivano dalle compagnie “più piccole”

È un’edizione particolarmente riuscita e interessante quella di “Vie festival”, anche se le notizie migliori non sono giunte dagli appuntamenti più prestigiosi, come gli spettacoli di Alain Platel e...

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È un’edizione particolarmente riuscita e interessante quella di “Vie festival”, anche se le notizie migliori non sono giunte dagli appuntamenti più prestigiosi, come gli spettacoli di Alain Platel e Angelica Liddell, il primo alla bolognese Arena del Sole, l’altro allo Storchi. “You are my destiny (Lo stupro di Lucrezia)”, l’ultimo lavoro dell’artista catalana, coprodotto da Ert, non è infatti parso del tutto convincente per quella sensazione di autoreferenzialità che ha lasciato, come se l’indubbia capacità della Liddell di orchestrazione della scena fosse stata messa al servizio di una sua esigenza di raccontarsi, di una riflessione interiore che non contempli la necessità di raggiungere un pubblico. Diverso il discorso relativo a “Coup fatal”, che Platel ha realizzato assieme a Serge Kakudji, Rodriguez Vangama, Fabrizio Cassol, con una compagnia di artisti congolesi: un omaggio alla musica barocca filtrata con animo africano che ha dato origine ad un piacevolissimo concerto, privo, tuttavia, della consueta intensità emotiva dei capolavori di Platel. Molto meglio, dunque, i meno ambiziosi “Galeb”, un adattamento del “Gabbiano” di Cechov realizzato da Bobo Jelcic per lo Zagreb Youth Theatre, e “One Flew over the Kosovo Theatre”, di Jeton Neziraj: il primo con felice ironia su un impianto metalinguistico costruisce una sapiente rilettura della stato dell’arte teatrale, dove il testo cechoviano diviene un pretesto ma nello stesso tempo riemerge in tutti i suoi interrogativi e contenuti essenziali; l’opera di Neziraj invece riesce con sorprendente leggerezza a restituire l’immagine angosciante di un Kosovo alle prese con le contraddizioni su cui è scaturita la controversa dichiarazione di indipendenza del 2008, non perdendo l’occasione per una riflessione sull’autonomia dell’arte e degli artisti. Davvero portentoso è poi parso “Ah/ha” di Lisbeth Gruwez e Maarten Van Cauwenberghe, alle Passioni a metà settimana, in cui i corpi dei danzatori, portati ad esplorare le dinamiche psico-fisiche della risata, parrebbero superare i confini della natura con una modulazione dei gesti al limite dell’impossibile e una forza espressiva prodigiosa. Merita una citazione pure la poesia stralunata del due Carullo Minasi, confermatosi, con “Due passi sono”, felicissimo creatore di un teatro da camera in grado di affrontare problemi assoluti senza impianti tragici e verbosi. Ancora una volte “Vie” è l’occasione per verificare che per fare un buon teatro occorrono creatività e contenuti, piuttosto che grandiose imprese sceniche: le quali possono essere utili, ma non potranno mai sopperire alla mancanza di un’adeguata quanto indispensabile sostanza degli argomenti.

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