Vaccari: «Il mio “Rigoletto” dominato dall’ambiguità»
Il regista parla della sua lettura dell’opera verdiana con cui si apre la stagione Una coproduzione del Comunale con il centro servizi culturali Santa Chiara
MODENA. “Rigoletto” di Giuseppe Verdi apre la stagione lirica del Teatro Comunale. La prima sarà mercoledì alle 20, in replica venerdì sempre alle 20 e domenica alle 15.30. Per la regia di Giandomenico Vaccari e con un allestimento scenico “tradizionale” su fondali dipinti tratti dai bozzetti del famoso scenografo Lorenzo Ghiglia, l'opera nasce da una coproduzione del Comunale di Modena e del Centro servizi culturali Santa Chiara. In attesa del debutto, martedì alle 18 nel Ridotto del teatro si svolgerà l'incontro di “Invito all'opera” con il direttore Giovanni Di Stefano e con il regista. Giandomenico Vaccari ha spiegato alla Gazzetta la sua visione registica.
Maestro, qual è la sua idea di regia per questo allestimento?
«La mia visione è abbastanza oggettiva, e nasce dalla fusione fra l'opera e la drammaturgia di Verdi, e la drammaturgia del dramma da cui è tratto, “Le roi s’amuse”, di Victor Hugo. Quest'opera è molto debitrice ad Hugo, perché anche se il libretto è tagliato non rappresenta un cambio di passo rispetto a Hugo. Sono quindi andato dentro ai personaggi, cercando di riprodurli sulla scena e scavando dentro di loro».
Qual è il sentimento che domina i personaggi?
«Il sentimento dominante è l'ambiguità. Sono i segreti, confessabili o meno, che ogni personaggio si porta dietro. Gilda, che è l'effettiva protagonista dell'opera, non è una ragazzina innocente e pura come la vede il padre, o come ogni padre vede la propria figlia. Gilda ha un'autonomia di pensiero e un'autonomia erotica. Lei si innamora di chi vuole e non chiede il permesso al padre. Poche volte ho visto in scena una Gilda così, e il motivo è che sul nostro teatro pesa una tradizione maschilista insopportabile. Rigoletto è padre geloso, oltre ad avere i suoi problemi legati alla deformità, ma è anche l'infame buffone di corte. E ancora più infame sarà la decisione di far uccidere il duca su commissione a un killer».
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Il Duca che personaggio è?
«Il duca è il personaggio più misterioso e instabile del Rigoletto. Per me il duca è una specie di serial killer sentimentale. Si traveste e ogni sera cambia identità per conquistare le donne e per possederne il cuore e l'anima. Quando incontra Gilda si traveste da studente povero, poi quando va nella taverna di Sparafucile è un cavaliere, e lì non solo si cambia d'abito, ma cambia la sua pelle psicologica, parla addirittura in un altro modo. È un camaleonte psicologico, un personaggio modernissimo».
Lei parla della trilogia verdiana Rigoletto, Trovatore e Traviata definendola “teatro della solitudine”. Perché?
«Teatro della solitudine è un altro termine per definire quello che Verdi stesso intendeva. Lui la chiamava “il teatro della mestizia”, io aggiungo della solitudine, perché tutti i personaggi di queste opere vivono immersi, annegati, in una solitudine che era poi quella che viveva personalmente Verdi; una forte solitudine con rapporti radi con il prossimo, immersi in un silenzio che li circonda».
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