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Il sipario del Dadà si alza alle 21 con “Il cappotto” di Gogol’

Il sipario del Dadà si alza alle 21 con “Il cappotto” di Gogol’

CASTELFRANCO. Il sipario del Dadà si alza stasera alle 21 per il primo appuntamento della stagione con “Il cappotto”, uno dei racconti più famosi di tutta la produzione di Gogol'. Vittorio...

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CASTELFRANCO. Il sipario del Dadà si alza stasera alle 21 per il primo appuntamento della stagione con “Il cappotto”, uno dei racconti più famosi di tutta la produzione di Gogol'. Vittorio Franceschi ne ha tratto una propria versione che lo vede anche protagonista sotto la direzione di Alessandro D’Alatri, regista diviso tra cinema, teatro e pubblicità, che torna a collaborare con Franceschi dopo “Il sorriso di Daphne”, spettacolo vincitore, tra gli altri, del Premio “ETI - Gli Olimpici del Teatro” 2006 e del Premio Ubu “Nuovo testo italiano” 2006.  Sul palco anche Umberto Bortolani, Marina Pitta, Federica Fabiani, Andrea Lupo, Giuliano Brunazzi, Matteo Alì, Alessio Genchi, Stefania Medri.

Ambientato nella Russia zarista, “Il cappotto” racconta, tra realismo e ironia, la vicenda umana del piccolo funzionario Akàkij Akàkievic Bašmàckin che vive serenamente della propria anonima attività di copista, sino al momento in cui, costretto dalle convenzioni sociali e dall’arbitrio degli arroganti più che dal freddo dell'inverno, deve comprarsi un nuovo cappotto, per sostituire il vecchio, troppo liso per essere presentabile. L’arrivo del nuovo indumento, acquistato dal sarto Petròvic risparmiando fino all’ultimo centesimo, è per lui un evento importante, che sembra fargli guadagnare il rispetto dei colleghi e dei superiori, finché non gli viene rubato. Inizia così la sua agonia, in una vana ricerca di giustizia...

Franceschi ci consegna la storia di un innocente, o per meglio dire di un uomo semplice colpito da uno speciale accanimento del destino. «È la storia, credo - scrive l’autore e protagonista - della maggioranza degli esseri umani, dei “copisti della vita” i quali mandano avanti il mondo pur subendone le violenze e gli insulti, e ripetendone all'infinito le parole e gli usi, i sentimenti e i desideri, i sogni e i naufragi. Quindi si parla di noi, anche se Gogol' questo racconto l'ha scritto nel lontano 1842. Credo che un grave errore sarebbe stato quello di trasferire la storia di Akàkij nei giorni nostri, come spesso si usa fare con i classici. Non ce n'è bisogno. Siamo tutti vecchi Pietroburghesi. Di quella città conosciamo a fondo gli angoli delle strade, i volti dei passanti, le voci, i rumori e gli odori, perché sono gli stessi di Milano e di Torino, di Bologna e di Genova, di Roma e di Napoli e di tutte le città italiane di oggi e di sempre». «Ho affrontato la regia - scrive Alessandro D’Alatri nelle sue note - cercando di dilatare i confini del reale, proprietà esclusiva del teatro, restituendo una continuità al racconto come se non dovesse esistere mai una interruzione». (n.c.)

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