Gli ideogrammi di Silvia Guberti nello “shodo” italiano
Un amore profondo di Silvia Guberti per la cultura orientale e, in particolare, per quella giapponese. E di questa passione l'artista modenese nutre le sue opere di raffinata sobrietà, con una...
Un amore profondo di Silvia Guberti per la cultura orientale e, in particolare, per quella giapponese. E di questa passione l'artista modenese nutre le sue opere di raffinata sobrietà, con una esclusiva ricerca meditativa che la porta ad uno stato di illuminazione e di pace. Da anni Silvia è a scuola di "Shodo" che, diretta dal 1998 a San Giovanni in Persiceto dal maestro Norio Nagayama, consente una maggiore comprensione della vita e dell'arte tramite la pratica calligrafica.
E di calligrafia giapponese è la mostra itinerante “Lo Shodo italiano”, che ha fatto tappa anche all'Istituto Italiano di Cultura a Tokyo (sarà anche in città italiane) cui ha partecipato la Guberti con le scritture. E con la modenese altri 52 calligrafi italiani (Nagayama ha scuola in tutta la penisola ma anche in Europa), svizzeri e giapponesi che vivono in Italia, tra cui le bolognesi Fabiana Goretti e Sandra Selva. E le tre artiste mettono in risalto il valore dello “Shodo” che significa “la via della scrittura”, una via senza meta prestabilita che porta ad una crescita interiore. Si va dagli esercizi lineari, con ripetizione di segno e gesto, ai neogrammi, ognuno dei quali ha caratteristiche differenti. Una disciplina non rigida che coinvolge tutto il corpo, non solo il braccio che si trova a scrivere su un tavolo di piccola altezza. La calligrafia è libera e si esplica con maggiore efficacia sui grandi formati. È una pratica di cultura Zen, sotto forma di meditazione e concentrazione che libera la testa, mentre subentra l'energia avitale, lo spirito, l'emozione. Scrivere ideogrammi è un'esperienza estetica raffinata. «Si vedono le cose - dice la Goretti - in una dimensione diversa. Il senso di percorrere una via non è la meta da raggiungere, come nella nostra mentalità occidentale, ma il viaggio stesso che si intraprende, che comporta non solo accrescimento tecnico, ma soprattutto affinamento interiore. La pratica non tollera ritocchi e correzioni. Ogni tratto o carattere è l'espressione della propria interiorità, della propria anima». La Selva rivela l'importanza che viene data all'asimmetria, all'equilibrio nel movimento, alla macchia non voluta. «E' attraverso la pratica che - sostiene la Guberti - si affaccia un mondo nuovo e la scrittura diventa un pretesto per pervenire a tale risultato. Senza dimenticare il rispetto per i materiali, la carta che invecchia, il pezzo di legno con le imperfezioni. Anche questo fa poesia».
Michele Fuoco
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