L’ultimo Olmi: rigore e dialogo con i grandi del passato
TORNERANNO I PRATI di Ermanno Olmi. Italia 2014 Il lavoro di Ermanno Olmi appare da subito centrifugo e anomalo. Siamo di fronte a una figura che non segue mai le vie tradizionali della produzione:...
TORNERANNO I PRATI di Ermanno Olmi. Italia 2014
Il lavoro di Ermanno Olmi appare da subito centrifugo e anomalo. Siamo di fronte a una figura che non segue mai le vie tradizionali della produzione: vive e si forma a Milano, in una capitale mancata del cinema. La stessa decisione di vivere e lavorare ad Asiago dalla seconda metà degli anni Sessanta sembra accentuarne la diversità e l’isolamento. In realtà, le sue scelte produttive e realizzative e la creazione della Scuola di Bassano ne fanno un modello e una sorta di polo magnetico per il cinema italiano degli ultimi trent’anni. Ancora oggi, a 83 anni suonati, con questo “Torneranno i prati”, mostra la sua cifra autoriale, che ricollega il nuovo film al suo più celebre, “L’albero degli zoccoli”. In entrambi, la morale rinunciataria e la religiosità dei protagonisti del film (là dei contadini, qui dei fantaccini sul fronte della Grande Guerra, ma pur sempre dei contadini mandati al macello…), il loro senso di passiva accettazione del destino può apparire agli occhi di molti come un’enunciazione proveniente da un mondo alieno. Il fatto è che lo sguardo del regista s’adatta al tempo di vita dei protagonisti; in entrambi i casi il film ha un andamento metrico, ritmico e prosodico che tiene conto, in un caso, della ciclicità delle stagioni, nell’altro, della recursività dei gesti. La differenza, profonda, è che ne “L’albero degli zoccoli”, c’è armonia tra uomo e natura; in “Torneranno i prati”, a partire dal titolo, tale armonia rischia di andare distrutta a causa dell’irruzione della guerra. Sempre, comunque, in Olmi, il senso che le immagini sprigionano ha molto a che fare con una riflessione profonda sul senso del vivere e della partecipazione alla Storia di chi sembra non poterne fare parte. I soldati del film sono visti nella dimensione reale e al tempo stesso eroica, vissuta come destino, dignità, valore, che abbiamo ritrovato nei contadini o nei lavoratori dei tanti suoi film precedenti. Dal punto di vista stilistico, il film è di un rigore formale assoluto: dominano i primi piani, manca totalmente il gusto dei movimenti ariosi della macchina da presa, del periodare ampio mediante carrellate e panoramiche, e questo proprio per evitare qualsiasi tentazione verso qualsivoglia dimensione epica, guerresca. Al contrario, la macchina da presa è quasi sempre immobile; gli esterni sono rari, ridotti a poche sfilate di fantaccini in mezzo alla neve: un movimento arcaico di silhouettes che ricorda le sfilate di soldati sui crinali nei western più dolenti di Ford. Del resto, negli ultimi film, a partire in particolare da “Il mestiere delle armi”, oltre a un controllo assoluto di ogni elemento del set, abbiamo notato, nel maestro, un dialogo inedito con i grandi del cinema del passato, da Kurosawa a Welles, da Bergman a Bresson, da Ejzenstejn a Fellini.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google