Marinoni: con questo Weiss un diverso sguardo sulla follia
Con l’attrice e Garella in scena gli attori dell’associazione Arte e Salute Onlus «Un’esperienza emozionante sul piano personale, umano ed anche politico»
MODENA. Da oggi al 30 novembre il Teatro delle Passioni ospita il nuovo spettacolo di Nanni Garella, “La persecuzione e l'assassinio di Jean-Paul Marat rappresentati dagli internati dell’ospedale di Charenton sotto la guida del Marchese di Sade”. Sul palco una delle attrici più sensibili e apprezzate dal pubblico italiano, Laura Marinoni, che interpreta Charlotte Corday, assieme allo stesso Garella nel ruolo di Sade, e gli attori dell'associazione “Arte e Salute onlus”, in un classico dell’avanguardia teatrale del secondo Novecento firmato da Peter Weiss e reso celebre dalla storica messinscena di Peter Brook del 1967. Sabato, al termine dello spettacolo, presso il Teatro delle Passioni, Nanni Garella e Laura Marinoni incontreranno il pubblico. Interverrà anche Fabrizio Starace, direttore del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche dell’Ausl di Modena.
Lo spettacolo è prodotto da Emilia Romagna Teatro Fondazione in collaborazione con Arte e Salute onlus, realizzato in collaborazione con la Regione Emilia-Romagna e il Dipartimento di Salute Mentale dell’Azienda Usl di Bologna. Sviluppatosi con la residenza all'Arena della compagnia di pazienti psichiatrici dell'associazione “Arte e Salute”, la piece ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra i quali un Premio Ubu, un Premio Hystrio e un Premio della Critica. A parlare dello spettacolo, alla sua vigilia, è la stessa protagonista, Laura Marinoni.
Laura, lei ha dato la disponibilità per un progetto molto particolare. Ci racconti la sua impressione.
«Sì, un lavoro con i pazienti psichiatrici dell'associazione Arte e Salute. La cosa importante di questa operazione è che sia dato loro il teatro come lavoro e non come terapia. Io ho sposato e ho dato la mia partecipazione a un progetto molto particolare perché mi faceva piacere conoscere da vicino persone verso le quali, inevitabilmente, ognuno di noi, io per prima, abbiamo dei pregiudizi. Perché tutto quello che riguarda la sfera della follia ci fa paura, perché la follia è latente in ognuno di noi. Sapevo che era una cosa delicata e anche pericolosa, perché quando poi uno si relaziona in modo profondo e non superficiale, ovviamente può rischiare di essere coinvolto e sollecitato, avere delle reazioni o anche di provocarle. Ho osservato che le dinamiche che si trovano in un gruppo come quello sono certamente le stesse che ci sono in qualsiasi altro gruppo considerato “normale”, però sono all'ennesima potenza. Per cui è molto interessante osservare e osservarsi sotto una lente di ingrandimento».
Ci parli del suo personaggio, Charlotte Corday.
«Interpreto Charlotte Corday, ma è un pretesto. Non faccio questo spettacolo per fare un ruolo preciso. Lo faccio per condividere questa esperienza e questa umanità. E infatti mi sono accorta che quello che devo interpretare io non è il ruolo di Charlotte Corday bensì dell'internata Marinoni. Ho dovuto trovare la mia base di partenza di malata rinchiusa e pericolosa. Quello descritto da Weiss non è un manicomio qualsiasi, ma è un manicomio criminale. Fra l'altro mi sembra anche un atto politico descrivere, anche attraverso il pretesto della Rivoluzione Francese, cosa significa libertà, rivoluzione, pregiudizio, follia».
Si parla di follia, ma anche il teatro stesso può aprire delle dimensioni di alterità, di atopia?
«Mentre ero in prove spesso pensavo, “Ha senso esserci anche se non andassimo mai in scena”. Queste persone sono persone con disagi veramente importanti, alcune anche considerate irrecuperabili, e il teatro ha salvato loro la vita... perché il teatro salva la vita, nel senso che è un magico mondo di relazioni che uno può costruire anche al di fuori della realtà, e quindi crearsi una sorta di alterità. E in questo senso io credo di avere anche qualcosa in comune con loro perché anche gli attori, scegliendo di fare un mestiere così, decidono di andare oltre la realtà e crearsi una vita che ha dei confini diversi. Io penso davvero che ci sia un po' di follia nell'artista e che nel folle ci sia l'arte».
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