Lo spettacolo di Nanni Garella doppia riuscita, tra arte e terapia
MODENA. L’intensità emotiva, la carica espressiva di “La persecuzione e l’assassinio di Jean-Paul Marat rappresentati dagli internati dell’ospedale di Charenton sotto la guida del Marchese di Sade”,...
MODENA. L’intensità emotiva, la carica espressiva di “La persecuzione e l’assassinio di Jean-Paul Marat rappresentati dagli internati dell’ospedale di Charenton sotto la guida del Marchese di Sade”, lo spettacolo di Ert Fondazione presentato in prima alla bolognese Arena del Sole per Vie Festival e ora proposto al Teatro delle Passioni (fino al 30 novembre), possono risultare sorprendenti solo se non si conosce per nulla l’attività che da una quindicina di anni il regista Nanni Garella svolge con l’Associazione Arte e Salute, con diversi pazienti psichiatrici, al fine di ottenere risultati di affrancamento dalle costrizioni della malattia mentale attraverso un lavoro di tipo artistico. Non si tratta, infatti, di semplici saggi laboratoriali: i lavori realizzati da Garella con Arte e Salute negli anni scorsi si sono aggiudicati riconoscimenti come il premio Ubu, l’Hystrio, il Premio della Critica. Misuratosi, in questo caso, con il non facile testo di Peter Weiss, Garella si è concentrato sulla componente metalinguistica di quello che può definirsi un classico del teatro contemporaneo: in esso il dramma storico si intreccia con un gioco di “teatro nel teatro”, in una moltiplicazione di piani accentuata dalla condizione degli internati veri che recitano nei loro stessi panni. Marat, l’eroe del Terrore rivoluzionario, ucciso da Charlotte Corday, rivive in un allestimento scenico diretto dal Marchese de Sade nel manicomio di Charenton, ove egli stesso è rinchiuso. La situazione potrebbe sembrare paradossale, ma in realtà la ripresa operata da Arte e Salute diviene qualcosa di più di una semplice metafora-risposta alle problematiche vissute dagli internati psichiatrici. Il dialogo intellettuale tra Marat e Sade, vertendo sui temi della giustizia, della libertà, pone le basi per una riflessione sul rapporto tra libertà e oppressione che nella rivisitazione del testo ne origina una ulteriore sull’identificazione del manicomio in un carcere, o ancor più su prigionia anche in senso lato e malattia mentale, dimostrando come termini quali liberazione e salvazione possano rivelarsi tutt'altro che meri proclami. Attraverso l'arte teatrale i pazienti psichiatrici percorrono infatti un tragitto di affrancamento dalle costrizioni della malattia che ne consente il reinserimento nella vita sociale, e anche per questo lo spettacolo di Garella può dirsi doppiamente riuscito: l’esito artistico, di tutto rilievo e di forte impatto emozionale, si associa al valore terapeutico dell’esperienza attoriale. Garella è pure buon protagonista, sul palco, assieme ad una sempre bravissima Laura Marinoni, di questo spettacolo che non può che lasciare tutti convinti.
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