“Diplomacy”: un film letterario riuscito al meglio
Ottimo lavoro del regista Volker Schlöndorff che racconta con suspense una storia in parte vera
DIPLOMACY – UNA NOTTE PER SALVARE PARIGI di Volker Schlöndorff. Francia/Germania 2014
25 agosto 1944, ormai gli Alleati sono alle porte di Parigi. A capo della resistenza tedesca sta il generale Von Choltitz, che riceve da Berlino l’ordine di distruggere tutto prima di abbandonare la città. È a questo punto che entra nella storia il diplomatico svedese Nordling, che per tutta la durata del film proverà a convincere il militare a disubbidire agli ordini folli di Hitler. Una suspense che si basa su una vicenda in parte vera, in parte ricostruita in modo romanzesco. Il finale è noto, naturalmente; la tensione però non scaturisce da “come andrà a finire”, ma piuttosto dalla sottilissima rete dialettica che si stabilisce tra i due personaggi. Bisogna far sì che il generale si convinca da solo a cambiare idea, e il diplomatico deve essere abilissimo a cogliere il più piccolo spiraglio che l’altro gli offre. Il film è tratto da una pièce teatrale di Gély già portata in scena dagli stessi due attori, qui al loro meglio. Schlöndorff, che ha scritto la sceneggiatura, si conferma solido metteur en scène: non è “autore” come i suoi colleghi del Nuovo Cinema Tedesco, coi quali ha cominciato negli anni Sessanta. Tutti i suoi film derivano da testi altrui (Il tamburo di latta, da Günther Grass, I turbamenti del giovane Törless, da Robert Musil, Il caso Katharina Blum, da Heinrich Böll, Un amore di Swann, da Marcel Proust, Morte di un commesso viaggiatore, da Tennessee Williams…). Diplomacy è comunque all’altezza delle sue prove migliori, sia per la sagace direzione degli attori (straordinari) sia nella resa oggettivata e ricca di dettagli atmosferici del testo. Schlondörff non dimentica mai le origini popolari del cinema né le ragioni dell’impegno sociopolitico. Si muove nella logica d’un cinema fortemente letterario, formalmente impeccabile quando non, talvolta, didascalico. Ed è, forse, proprio questo didascalismo a essere stato a tratti il più pesante dei fardelli in un’opera che tende ad assumere i toni della dimostrazione d’un assunto dato una volta per tutte, non suscettibile quindi di dialettizzazione. Non è fortunatamente il caso di quest’ultimo film, in cui, al contrario, emerge la sottigliezza delle due posizioni opposte riguardo al dovere da compiere e agli obblighi morali, che poi pian piano finiscono per avvicinarsi fino a coincidere. La matrice teatrale, la sapienza del testo, la ricostruzione scenica perfetta di un ambiente dominante (la stanza di Von Choltitz), esaltano le componenti più specificamente brechtiane del cinema del regista tedesco, senza che si perdano nelle maglie di una illustrazione accademica. I valori psicologici dei rapporti che legano i due protagonisti si saldano in una tensione che non è meramente figurativa: per una volta, il governo delle immagini non si limita alle dinamiche di scenografie rivissute come sfondi inerti e minuziosamente restituiti, ma va dritto al cuore del senso ultimo del film – la salvaguardia della civiltà umana.
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