«Il “gioco del teatro” per la convivenza civile»
Lino Guanciale del gruppo Beni Comuni spiega il progetto che sarà presentato a Carpi il 20 dicembre
CARPI. Dopo il successo dell'atelier Benòpoly, saranno ben duecento le persone reclutate per ComunItalia, lo spettacolo conclusivo del Progetto Beni Comuni, programmato per sabato 20 dicembre alle 21 presso il Teatro Comunale di Carpi a conclusione della rassegna finanziata dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e promosso dal Comune, in collaborazione con ERT Fondazione, ATER e agli altri dieci Comuni del cratere sismico. Per iscriversi all'atelier c'è tempo fino al 9 dicembre: è sufficiente inviare una mail a info@progettobenicomuni.it comunicando nome, cognome e indicando se maggiorenni o minorenni. Le prove si terranno sabato 13 dicembre dalle 14.30 alle 20.30 presso il Teatro Comunale di Carpi e domenica 14 dicembre dalle 11 alle 17 presso il Centro Graziosi, al civico 25 di via Sigonio. È alle parole di Lino Guanciale, attore del Gruppo di lavoro Beni Comuni, nonché volto noto nel mondo della televisione (con “Che Dio ci aiuti”, fiction in onda su Rai 1) e del cinema (grazie a pellicole quali “Vallanzasca - Gli angeli del male” di Michele Placido e “To Rome with Love” di Woody Allen), che è affidato il compito di fornire lumi in merito al progetto.
Cosa accadrà il 20 dicembre?
«Il Progetto Beni Comuni ha avuto inizio lo scorso 18 ottobre dando vita a diversi laboratori distribuiti nel territorio carpigiano e modenese: questo percorso terminerà il 20 dicembre, presso il Teatro Comunale di Carpi, con un grande spettacolo comprensivo dei laboratori cui si è lavorato, un appassionante gioco urbano e l'atelier ComunItalia. Con atelier, per inciso, si intende un'operazione di spettacolo realizzato da centinaia di non professionisti che vogliono provare un'esperienza di attraversamento del linguaggio teatrale insieme ad attori professionisti».
Com'è lavorare con attori non professionisti?
«Questo tipo di lavoro non è svolto con lo spirito di fare scouting di talenti, bensì con l'intento di avvicinare le persone al teatro in un momento come quello che stiamo vivendo in cui è un po' periferico nella vita della gente. Non c'è modo migliore per promuovere la cultura che farlo, il teatro: attraverso la prassi le persone, pur provando a recitare cose semplici accanto a persone che lo fanno di mestiere, sviluppano un'affezione nei confronti del teatro che crediamo in questo momento della nostra storia sia cosa utile anche alla società in generale».
Un bilancio a metà percorso del Progetto?
«La sfida consisteva nel parlare di argomenti molto complessi attraverso un linguaggio non frequentato da tanti: quello teatrale, della danza, del canto, della performance scenica. È un dato di fatto che attraverso la rappresentazione si comprendano meglio determinati argomenti. Questa sfida credo sia stata vinta e noi del Gruppo di lavoro ne siamo felici».
Il teatro è un medium in grado di far riflettere?
«La cultura porta conoscenza e consapevolezza dei problemi lì dove non c'è. Questo credo sia richiesto all'arte: rendere chiaro, attraverso la visione di una cosa bella, un insegnamento di cui possiamo fare tesoro. È un quesito che ci poniamo spesso: “riusciremo a parlare di una cosa così difficile, ad avvicinarla alla gente attraverso il teatro?”. È in questo senso che cerchiamo di sintonizzarci su un'idea di teatro popolare, nel senso più nobile del termine, di centrare un livello di comunicazione che consenta alle persone di sentirsi a casa e di percepire - ed è anche questo che credo la cultura oggi debba fare - che tutti possono capire tutto, specie quando si tratta di convivenza civile».
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