Marescotti: «Ecco l’antieroe che mi ha regalato Baldini»
Diretto da Valerio Binasco, l’interprete presenta il monologo “La Fondazione” l’ultimo testo scritto dal poeta romagnolo che glielo ha affidato prima di morire
MODENA. Al Teatro delle Passioni va in scena stasera, fino al 21 dicembre, “La Fondazione”, scritto dal poeta romagnolo Raffaello Baldini che lascia, con questo testo realmente tragico e assurdamente comico, la sua ultima creazione all'interpretazione di Ivano Marescotti. L'attore, diretto da Valerio Binasco, propone qui una delle sue più intense performance, dando corpo e voce a un personaggio senza nome, immerso in un mondo di oggetti che gli restituiscono continuamente l'immagine della sua vita. «Ho un doppio privilegio in questo spettacolo - scrive il regista Valerio Binasco - quello di lavorare con due grandi artisti come Baldini e Marescotti, una coppia d’arte che viaggia insieme da molti anni, “scopritori” l’uno dell’altro, con un’intesa intima e inafferrabile». Lo spettacolo è prodotto da Ert Fondazione. Al termine della replica di sabato 13 dicembre, presso il Teatro delle Passioni, Ivano Marescotti incontrerà il pubblico con la partecipazione di Ivana Rebecchi, presidente della Croce Blu di Modena e dei volontari del servizio BusNonni Trasporto Anziani. In attesa del debutto e dell'incontro di sabato, l'attore ha risposto ad alcune domande sullo spettacolo.
Marescotti, poco prima della sua morte Baldini le ha consegnato questo testo dicendo “Fanne quello che vuoi”...
«Lui ha scritto quattro testi per il teatro, i primi tre li ha scritti su mia richiesta. L'ultimo invece non l'ho chiesto io, e per la prima volta mi ha consegnato il testo a sorpresa. Io ci ho messo otto anni prima di metterlo in scena perché non trovavo il produttore, ma ora è stato realizzato grazie a Ert. È un monologo che da vita a un personaggio chiuso nella sua solitudine. Quello che dice non è rivolto a nessuno, non si rivolge neanche al pubblico. Lui è lì, in mezzo alle sue cose. Il testo, a differenza degli altri tre per teatro che Baldini ha scritto, non è in dialetto, anche se il personaggio è “in dialetto”, nel senso che è un personaggio romagnolo oltre che nell'accento linguistico, anche nel modo di ragionare».
Che personaggio è il protagonista?
«Il personaggio è sicuramente un soggetto patologico. Lui tiene tutto ciò che usa, ma non è da confondere con gli accumulatori che raccolgono anche i rifiuti in casa. Lui conserva tutto ma lo organizza, lo sistema in casa come una specie di archivio di tutta quanta la sua vita. Non lascia niente in giro, tutto è ordinato, sistemato, archiviato. Crea un mondo con le sue cose. Questo personaggio si identifica negli oggetti che usa tanto che implode su se stesso. Infatti vive assolutamente isolato, non ha contatti con nessuno, la moglie lo ha lasciato perché non riusciva a vivere in quelle condizioni. Ma non è uno che sta male, come si potrebbe pensare. Non è un ultimo della stratificazione sociale, è un penultimo, una di quelle persone invisibili che non fanno notizia che non esistono per la società. Mentre gli ultimi sono visibilissimi i penultimi non danno notizia di se e nessuno si accorge di loro».
È quindi una specie di antieroe che va controcorrente, che non rincorre il successo a ogni costo?
«In verità no, lui è sì una persona isolata che vive nascosta ma cerca una forma di riconoscimento. Il suo desidero, infatti, e da lì prende il titolo “La fondazione”, è di lasciare tutta la sua casa in eredità alla società in modo che ne possa prendere possesso e ne faccia una Fondazione. L'idea è di vivere anche dopo la morte nel riconoscimento dagli altri».
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