«La mia vita per la musica, un dono d’amore universale»
La soprano si racconta: l’arrivo in Italia, Modena, Pavarotti, i giovani allievi
MODENA. È stato un mese di festeggiamenti, questo, per il grande soprano Raina Kabaivanska che ha compiuto ottant'anni. «Come data dovrei essere triste, perché 80 anni sono tanti - ha commentato la cantante - però tutti quelli che mi vogliono bene e che si ricordano di me hanno fatto festa, così invece di piangere abbiamo riso». Oggi è prevista una celebrazione in Comune, «l’ultima - precisa - anche perché dal 15 dicembre non sono più ottanta, ma sono già entrata negli ottantuno». Giunta in Italia nel 1958 debutta nel 1959 nel “Tabarro” di Puccini a Vercelli. Poco tempo dopo vince il concorso della scuola giovani del Teatro alla Scala, dove ha, come docente, Antonino Votto e da allora ha vissuto prima a Milano, poi, dopo il matrimonio con il collezionista d'arte e farmacista modenese Franco Guandalini, a Modena. Dal 1992 la soprano ha iniziato a insegnare a giovani interpreti, tenendo Masterclasses in diverse scuole, dall’Accademia Chigiana a Siena, alla Nuova Università Bulgara a Sofia, all’ Istituto Vecchi Tonelli a Modena.
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Si ricorda il giorno in cui arrivò a Modena?
«Sono passati quaranta e passa anni... sono arrivata a Modena con tutto il mio bagaglio messo su un camion, e avevo un buché di fiori bianchi, perché ero la sposa che arrivava nella sua casa di Modena. Non ricordo bene quel giorno, però ricordo che mi hanno accompagnata da Milano, perché vivevo là, e da milanese sono diventata modenese».
Da molti anni insegna presso il Conservatorio di Modena. Come si trova con gli studenti?
«Lavoro con ragazzi sempre meravigliosi perché poi li scelgo ben educati, non maniaci. Detesto i maniaci nell'arte, quelli che cominciano ogni frase con “io, io, io”. Questa è una regola, e io li scelgo sempre molto bravi, e con loro si stabilisce sempre un rapporto di affetto. Questa arte non si trasmette senza amore, perché la musica è proprio una forma dell'amore universale. Per fare musica bisogna amare la musica e amare quello che fa la musica».
Per fare la cantante occorre dunque, oltre al talento, essere generosi?
«Nella mia carriera ho sempre avuto un meraviglioso rapporto con il pubblico perché davo molto e anche il pubblico mi rendeva moltissimo. Ai miei ragazzi ora cerco di insegnare questo, rispetto per il pubblico e amore per la musica. Io avevo un'amica stupenda bulgara, morta ormai da dieci anni, che era una poetessa. Lei scriveva “solo quello che hai dato non si può togliere”, e allora questa è la mia formula, per ricevere si deve dare. Ora sono circa quindici anni che insegno. Sono tanti anni e devo dire che tutti i ragazzi che ho incontrato li ho tutti adottati e nessuno mi lascia. Anche quelli che sono in carriera passano sempre da Modena a ripassare le parti, controllare come si canta un pezzo o un altro. Ormai sono una settantina che girano per il mondo».
Deve essere una grande soddisfazione...
«Grande soddisfazione, ma è anche abbastanza triste constatare che la situazione dell'arte oggi non è più quella che era. Naturalmente tutto è cambiato dai miei tempi, perché io ho iniziato a cantare alla fine degli anni '50, in cui la lirica era ancora una cosa bellissima. Adesso non è più così, le condizioni non sono più quelle di una volta. Adesso anche i ragazzi bravissimi fanno fatica a collocarsi, ma se uno è veramente bravo, presto o tardi riesce a trovare la sua strada».
Per un giovane trovare la propria strada è più facile all'estero o è altrettanto difficile come nel nostro Paese?
«Mah, io dico ai miei ragazzi di andare all'estero, anche se con la morte nel cuore, perché la maggior parte sono italiani e io ci tengo agli italiani. Inoltre lingua ha il suo peso nel canto. Chi è italiano dalla nascita porta già in sé il canto. Qui è nato Monteverdi ed è nato il melodramma e non poteva nascere altrove. E allora questi ragazzi italiani hanno un vantaggio in più, e tra quelli che fanno una grande carriera molti sono proprio italiani».
Ha un ricordo della sua carriera, o un momento particolare cui è legata?
«Mi viene in mente la mia ultima Madama Butterfly. Era la quattrocentesima e l'ho fatta all'Arena di Verona. Quando alla fine ho visto tutta la gente in piedi e pure l'orchestra, che è veramente un'eccezione perché l'orchestra scappa appena finita l'opera, lì ho pensato “Bè, qualche cosa ho fatto”. È stata veramente un'emozione unica».
A Modena un ricordo con Pavarotti?
«Ho avuto l'onore di cantare al suo funerale. È un ricordo tremendo e una grande emozione vedere questa bara davanti a me, ricordare tutti gli spettacoli che avevamo fatto insieme, e cantare con le lacrime agli occhi».
Ricorda quando è arrivata in Italia?
«Sì, arrivai nel '58. Per fortuna in poco tempo ho trovato la maestra giusta, che era una donna eccezionale, ero come una figlia. Poi ho iniziato con i piccoli teatri. Poi ho fatto il concorso alla Scala, mi hanno preso e dopo quattro mesi ho debuttato alla Scala. Una volta la Scala era veramente il primo teatro del mondo e apriva le porte per tutti gli altri teatri. Quella sera stessa del debutto venne da me il rappresentante del Metropolitan di New York e mi offrì un contratto di sei mesi. Venne l'agente del Covent Garden di Londra. È stata una strada bella...».
Per chiudere torniamo a Modena.
«Io mi sono sempre sentita bene a Modena, perché per me la casa e la famiglia sono sempre state Modena. Io andavo nei teatri, cantavo, però sapevo che dopo tornavo a Modena nella mia casa. Per fortuna ho anche un marito che mi ha sempre compresa e consigliata bene, ho una figlia meravigliosa, ho un nipotino e siamo in attesa di un'altra nipotina».
Le foto della festa in municipio a Modena
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Il video
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