Gazzetta di Modena

Quando la fortuna diventa un demone che stravolge la vita

di Chiara Bazzani
Quando la fortuna diventa un demone che stravolge la vita

«Se’nummari è un pugno allo stomaco per lo spettatore La platea però resta coinvolta e si commuove per la storia»

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MODENA. Riapre la stagione teatrale del Teatro delle Passioni dopo la pausa natalizia, con la messa in scena di "Se' nummari" (Sei numeri), novità assoluta in lingua siciliana del drammaturgo e giornalista palermitano Salvatore Rizzo. Lo spettacolo va in scena stasera e domani alle 21 e sabato alle 19.45 e si avvale della regia, scene e costumi di Vincenzo Pirrotta.

Salvatore Rizzo, responsabile delle pagine dello spettacolo del "Giornale di Sicilia", torna qui a scrivere per il palcoscenico dopo l'autorevole affermazione riscossa con "Le mille bolle blu". Il testo, ambientato in un'anonima città di provincia, attraversa molteplici tematiche di grande impatto connesse alla diversità, all'accettazione della malattia di un figlio tetraplegico, alle implicazioni psicologiche ed esistenziali di una coppia di genitori, Anna e Orazio, che per molti anni vive una vita di abnegazione e di sacrificio in assenza di quella felicità che improvvisamente sembra arrivare ma che la porterà sull'orlo della più atroce follia. In scena Filippo Luna e Valeria Contadino danno voce e corpo alle pagine di Salvatore Rizzo.

Salvatore, il suo testo si chiama "Se'nummari". Cosa sono questi sei numeri?

«I sei numeri sono quelli di una schedina e di una vincita al Superenalotto, nella quale si imbatte inaspettatamente questa coppia di coniugi, che diventa al tempo stesso la loro fortuna e il loro inferno. Questa è una coppia che si è dedicata per diciotto anni a un figlio tetraplegico, sacrificando a questo figlio il suo stesso essere coppia. Improvvisamente si trovano catapultati in una fortuna che non hanno mai avuto. Senonchè questa possibile felicità diventa una specie di demone che li fa diventare da angeli custodi a carnefici di questo ragazzo, al punto che inscenano un finto incidente e uccidono il figlio. Questo che per loro era un sogno di felicità diventa una felicità delirante».

Sembra che il diritto alla felicità sia loro negato.

«Sì, perchè è sbagliata la scelta. Loro non hanno avuto altre occasioni per poter pensare a un futuro felice. Ma la felicità non si realizza con il denaro. Credono che ci possa essere uno spiraglio, ma scelgono la strada più sbagliata, più terribile». Si intrecciano molti temi di grande impatto. «Sì, oltre al tema della difficoltà del rapporto di coppia c'è quello legato alla maternità intesa come danno. C'è questo senso distorto della maternità per cui la madre si nega anche sessualmente al marito, in primis perchè c'è questa visione del rapporto sessuale che ha prodotto un danno, aspetto che l'uomo nella sua mascolinità e ferinità non capisce; inoltre c'è la paura di avere altri figli che possano sottrarre tempo a questo malato».

Come reagisce il pubblico?

«Il pubblico reagisce in maniera molto forte, un po' come se ricevesse un pugno nello stomaco, ma allo stesso tempo si commuove e partecipa. Ho notato soprattutto una reazione nel pubblico femminile che si divide molto in favore di uno o dell'altro personaggio. Da parte mia la mia preoccupazione era proprio di non assolvere nè condannare nessuno dei due».

Pirrotta ha seguito la regia e la messa in scena. Ci sono differenze rispetto al testo?

«Io avevo immaginato questi due come se si scrivessero dalla cella di un carcere. Invece nella messa in scena di Pirrotta, che non ama il realismo, li ha collocati in un ambiente pieno di veli, che è una specie di metafora della loro coscienza disordinata. Nel corso dello spettacolo questi veli si scoprono, vengono aggomitolati, annodati, in una visualizzazione di questo loro marasma mentale. La storia è un flashback di quello che è stato. Quando parte lo spettacolo loro sono già all'inferno, in un certo senso, sono già precipitati in questo abisso della coscienza e da lì parte il racconto di quello che è accaduto».

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