«A passo di commedia dentro una vigilia di guerra»
Claudio Longhi, regista e coordinatore, illustra il progetto e la sua filosofia: «Dentro un mondo che sembra distante l’analisi più lucida di dinamiche odierne»
MODENA. Era il 1915. Un secolo fa l'Italia stava per iniziare un'infausta avventura accodandosi a un Europa già in guerra. La Grande Guerra. A un secolo di distanza da quel terribile avvenimento che ha portato il mondo nel fondo di un baratro si sente la necessità di riflettere. In quest'ottica nasce il progetto “Carissimi Padri…: almanacchi della Grande Pace (1900-1915)”, promosso da Ert Fondazione e diretto e coordinato da Claudio Longhi assieme al gruppo di attori che da anni lo affianca nella realizzazione di importanti progetti. Tra questi il fortunato “La resistibile ascesa di Arturo Ui” di Brecht, ma soprattutto l'iniziativa del Ratto d'Europa. “Carissimi Padri” è «un progetto che si snoderà attraverso una serie di iniziative nel corso dell'anno - spiega Longhi - Iniziative di declinazione molto varia, dalle cene spettacolo, alla lettura integrale della “Montagna Incantata”, alle biciclettate, poi concerti, presentazione di libri e tanto altro. Parallelamente si va sviluppando uno spettacolo che andrà in scena allo Storchi a dicembre. C'è ancora una volta la volontà di esplorare un mondo a 360 gradi. Il sottotitolo è “Almanacchi della grande pace”, perché questo viaggio lo concepiamo come una sorta di almanacchi in cui si ripercorrono gli anni tra il 1900 e il 1915, gli anni di un'apparente paradossale “Grande Pace” che fa un po' il verso alla Grande Guerra». Il taglio sarà «satirico e ironico, ma non con la volontà di sminuire quella tragedia - precisa Longhi - ma con la profonda convinzione che ci ha accompagnato come gruppo di lavoro che, come insegna Brecht, è la tragedia, spesso, più della commedia che prende alla leggera le sofferenze dell'umanità, e dunque la commedia sia la via maestra di accesso al realismo».
Vi concentrerete dunque sugli anni che hanno preceduto lo scoppio del conflitto e non la guerra?
«Credo che abbia ragione Walter Benjamin quando dice che la Prima Guerra Mondiale ha annichilito la possibilità del raccontare. La Prima Guerra Mondiale ha infatti prodotto una grande quantità di diari, di lettere, ma è come se le persone non fossero più state capaci di raccontare, perché quel genere di esperienza, della guerra in trincea, dei bombardamenti, era cosa di un'essenza non raccontabile. L'dea era dunque di quella di parlare della guerra ma senza parlare di quello e di fermarsi esplicitamente alle soglie della guerra. Ci manteniamo comunque nel “Mondo di ieri”, come direbbe Stefan Zweig, con un piccolo assaggio di quei primi mesi del conflitto che però rimangono in uno sfondo di indicibilità. Non in una prospettiva italo-centrica, operiamo su uno scacchiere europeo».
Claudio, che anni erano quelli della Belle Epoque?
«Sono anni in cui è diffusa la sensazione di essere in un mondo tranquillo. Zweig parla di quegli anni come gli “anni della sicurezza”. C'è questa incrollabile fede che la guerra non scoppierà mai, e che se scoppiasse sarebbe comunque una guerra molto rapida. Poi è vero che c'è una sensibilità più tipica del ceto intellettuale che avverte questo occaso all'orizzonte che culmina poi con “il tramonto dell'Occidente” per dirla con Spengler, ma di fatto la società civile vive nel culto del progresso, con una fede positivistica, un sistema di relazioni e di commerci molto sviluppato. Poi sotto questa calma apparente montano dei rigurgiti nazionalistici che daranno avvio a questo conflitto che sfugge, che scappa dalle mani e che travolge una certa idea di Europa».
Perchè il titolo “Carissimi Padri”?
«Carissimi Padri è una citazione dell'attacco della “Lettera al padre” di Kafka, in cui l'autore interroga il proprio rapporto col padre e costruisce la propria identità a partire dal rapporto con lui. Un padre terribile. Mi interessava richiamare quel titolo, perché per un verso ci consente di pensare a quel passato come se fosse nostro padre, dall'altro c'è una sottile ambiguità in questo “carissimo”, che significa diletto ma anche molto costoso, è un costo terribile che c'è dietro».
Perché il passato?
«Perché guardare un mondo che sembra radicalmente distante da noi forse ci fa capire dinamiche che riguardano invece il nostro oggi che ci potrebbero essere estremamente utili oltre che interessanti. Anche il nostro è un mondo che è innamorato di una certa idea di progresso, che arriva da una pace, in cui ci sono dei conflitti che covano nelle periferie, gli attriti tra Russia e Europa, il mondo islamico che preme..., c'è una ripresa dei nazionalismi, e tutto questo ci induce a riflettere, soprattutto se partiamo dal grande insegnamento di Brecht per cui dobbiamo guardare le cose da lontano per vederle meglio».
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