Valenti: «Teatro sul territorio per andare verso la gente»
Il direttore di Ert Fondazione spiega il nuovo progetto "Carissimi padri" e la sua filosofia: un rinnovamento partito anni fa con il “Ratto d’Europa”
MODENA. Un nuovo modo di pensare il teatro, nato da una riflessione affrontata, già alcuni anni fa, dal direttore di Ert Pietro Valenti e dal regista Claudio Longhi che ha dato come primo frutto il “Ratto d’Europa” e che matura adesso, ulteriormente, con “Carissimi padri, nuovo progetto di teatro partecipato messo a punto da Emilia Romagna Teatro in collaborazione con un numero considerevole di istituzioni, associazioni, scuole. A spiegare filosofia e caratteristiche di questo secondo, grande, composito lavoro è lo stesso Pietro Valenti.
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«Credo che l’esperienza fatta con il “Ratto d’Europa” - spiega - sia stata importantissima, sia per noi che per il regista, per i ragazzi che hanno partecipato, per la città intera. Un’esperienza che ha segnato molto e che ha fatto da apripista ad un modo nuovo di concepire il teatro pubblico. Una volta lo si intendeva come erogatore di un servizio sociale; oggi, secondo noi, è molto cambiato. Così, ultimato il “Ratto”, ormai due anni fa, ci siamo chiesti cosa fare, come dare seguito a questa esperienza che vuole invertire un po’ i canoni del passato: non più o non solo la gente al teatro, ma il teatro alla gente».
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E così è nato “Carissimi padri...”.
Sì, con Claudio abbiamo pensato alla Grande Guerra. Ci siamo guardati intorno e abbiamo visto un gran daffare su questo tema, sulla ricorrenza dei cento anni. Noi, però, volevamo fare qualcosa di diverso, originale e stanziale e soprattutto legato al nostro territorio. Abbiamo avuto un anno di tempo per definire e sviluppare queste cose tenendo presente soprattutto l’importanza del coinvolgimento delle persone e la loro voglia di ritrovarsi.
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Questo è un progetto che, pur essendo molto rigoroso sul piano culturale e tecnico, dà spazio, vuole dare spazio, alla grande voglia, che sta crescendo oggi sempre di più tra la gente, di ritrovarsi e di lavorare insieme. Poi ci sono state in mezzo due esperienze importanti come “Raccontare il territorio”, il corso di formazione svolto a San Felice, e allargato a tutta l’area travolta dal terremoto, che ha permesso di formare giovani professionisti importanti per questo tipo di lavoro. E “Beni Comuni” a Carpi sempre affidato a Longhi».
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Come si inserisce questo progetto e questo tipo di lavoro nel più ampio “cartellone” di Ert?
«C’è un cambiamento dentro Ert che si avvia a diventare teatro nazionale, un cambiamento che nasce da un’attività decennale, svolta nel tempo, grazie proprio al lavoro sul territorio. Lavorare sul territorio vuol dire ascoltare gli altri, metterci la faccia, mettersi in gioco e così forse capire, toccare con mano e rispondere meglio a ciò che vuole la gente. Il primo progetto del “Ratto” era nato da una riflessione sul senso del teatro pubblico oggi. Una riflessione sul fatto che, in un momento di crisi del teatro di regia, più che fare spettacolo è importante fare processi. Le domande che ci siamo posti sono state cosa voglia dire oggi lavorare sul territorio, spendere soldi pubblici. La situazione che stiamo vivendo ci impone di pensare a come portare la gente dalla “periferia” al teatro. La crisi porta ad abbandonare la periferia a non decentrare più gli spettacoli. Quindi il futuro è anche e proprio in queste “compagnie giovani”, più snelle nel muoversi e nello stare a contatto con la gente».
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Un progetto molto legato al territorio, pensato per il territorio e la sua gente, ma anche “esportabile”?
«Il primo progetto del “Ratto” era con stato prodotto con Roma, nato a Modena e riproposto l’anno dopo a Roma che l’aveva coprodotto. I “Carissimi padri” invece potrebbe venire riproposto a Firenze, ma con un “taglio fiorentino”. Abbiamo avuto un incontro a Firenze con Gabriele Lavia, direttore artistico del Teatro della Pergola, che si è detto molto interessato a lavorare con noi per l’allestimento dello spettacolo, a dividere costi di allestimento, anche se poi il loro spettacolo non sarà lo stesso di Modena ma piuttosto un lavoro fatto sulla città di Firenze, sul loro territorio a partire dal prossimo settembre e che potrebbe poi debuttare a maggio del 2016».
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La territorialità e il legame con la territorialità sono gli assi portanti di questo tipo di teatro...
«Sicuramente. È il teatro che va alla gente e la stanzialità è un valore forte che prepara le persone ad entrare in contatto anche con un altro tipo di teatro che è quello dei grandi titoli o delle star. Qui si fa una scelta diversa, una scelta di relazione sulla convinzione che il pubblico è intelligente ma deve poter scegliere. Insomma un teatro popolare con gli attori che sono a fianco del pubblico e che non si limitano solo alla recitazione. Qui, noi pensiamo, sta il futuro».
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