“American Sniper” di Eastwood una metafora dell’ambiguità
AMERICAN SNIPER di Clint Eastwood. Usa 2014 A parte una possibile causa per plagio che potrebbe essergli intentata dalla Bigelow di “The Hurt Locker” (super copiato), bisogna riconoscere che il...
AMERICAN SNIPER di Clint Eastwood. Usa 2014
A parte una possibile causa per plagio che potrebbe essergli intentata dalla Bigelow di “The Hurt Locker” (super copiato), bisogna riconoscere che il vecchio Clint, con questo suo cecchino a stelle e strisce, si è un po’ risollevato dopo gli ultimi, bruttissimi film. Il fatto è che Clint si è riportato su un terreno per lui più agevole: le fatiche di essere eroe (americano). O, meglio, la sottile strisciolina che passa tra l’essere un eroe oppure un antieroe, o addirittura una vittima. Clint ci ha costruito sopra l’intera furba carriera, sia da attore che da regista. Infatti: il bravo ragazzo della porta accanto Chris Kyle (azzeccata la scelta del tontolone Bradley Cooper) è un autentico eroe americano nella scia dei Wild Bill Hickok o Billy the Kid (e di John Wayne, Gary Cooper…) oppure, al contrario, è il Good Joe trascinato in una dimensione più grande di lui, di cui nulla capisce né gli importa di capire, e di cui, alla fine finisce per essere vittima, ammazzato da un altro reduce fuori di melone. L’atroce parallelismo istituito in “Il cacciatore” tra lo sparare in un bosco a un cervo e lo sparare a un vietcong nella giungla asiatica, come pure, quello famoso tra la gara di tiro al tacchino e la strage seriale di soldati tedeschi da parte di un altro cecchino del cinema, Gary Cooper in “il sergente York” (anche in quel caso, come in questo, si tratta di un personaggio vero, una “leggenda” della trincea…), torna dunque nel film di Clint. Il fatto è che, al solito, Clint si permette la licenza di non scegliere: maestro nella scaltra ambiguità dei suoi protagonisti maschili, sempre, insieme, eroi e antieroi, in modo da non scontentare né il pubblico di “destra” (quello ereditato dai film dell’ispettore Callaghan anni ’70) né quello di “sinistra” (ammaliato da prove più autoriali e in apparenza critiche del sistema americano). Il suo Chris è, infatti, sia l’erede della lunga tradizione dell’eroe americano senza macchia e paura disposto a tutto per il suo Paese in guerra, sia, furbescamente, il Good Joe mandato al macello (degli altri) ma anche alla perdita di sé. Emergono motivi ben noti in questa dicotomia: il conflitto tra il servir la patria e gli obblighi verso la famiglia, la moglie e i figli (piuttosto mieloso, qui); il contrasto tra la condizione individuale (il cecchino è una figura forzatamente solitaria, è alle prese con il mirino del suo fucile e il bersaglio umano), e la necessità di far parte di un gruppo, di una comunità, che è poi quella virile, in qualche caso machista, dei commilitoni al fronte; la difficoltà di dover essere, insieme, spietatamente feroce e di dover mantenere una qualche forma di umanità (Chris che stremato piega la testa dopo aver rischiato di dover sparare a un bambino che aveva raccolto un lanciagranate). Fino al termine, Clint si guarda bene dal sciogliere queste contraddizioni, ci sguazza dentro, per non rischiare di disamorare qualcuno, di destra o di sinistra, pacifista o militarista. È sempre stata la grande debolezza del suo cinema, debolezza critica intendiamoci, e la forza del box office e dei riconoscimenti “facili”. Certo, è anche l’ambiguità ideologica di una nazione nata dalla e con la violenza sull’Altro, un Grande Altro lacaniano che ha giustificato storicamente quasi tutto, e quasi tutte le guerre, ma obbligata, comunque, a coesistere con uno statuto di “democrazia”, perfino “da esportazione”.
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