“Hungry hearts”, un’opera di corpo e viscere
Il bel film di Saverio Costanzo racconta di “cuori affamati” di tutto e alla ricerca di un posto nel mondo
HUNGRY HEARTS di Saverio Costanzo. Italia 2014
Un incipit folgorante (in un ristorante cinese di New York, lui e lei rimangono chiusi all’interno di un bagno puzzolente) introduce una storia d’amore e morte, di passione e follia, fuori moda ma proprio per questo tanto più intrigante. Il sesso dell’inizio, incanalato nel matrimonio e nella figliolanza, regredisce in paura: paura del cibo, dell’inquinamento, del mondo out there. Lei si scopre paranoica della purezza, del rispetto integrale dei cicli naturali. A suo modo, una vittima della società dei consumi, perché il suo integralismo nel respingerla finisce per condurla sui sentieri della follia. Lui tenta una disperata difesa, si affida agli specialisti, teme per la salute e per la vita del figlio, che non cresce. La coppia scoppia in una battaglia non apertamente dichiarata, sotterranea, cruenta, alla fine della quale qualcuno deve soccombere. Costanzo, a partire dal libro di Franzoso, mostra in questo film estremo tutta la sua sfiducia nel sistema dei rapporti umani all’interno di una società gelida e indifferente. Il modo in cui si passa, nel film, da una atmosfera di festa (il ballo sui tetti, lui che al matrimonio canta “Tu si na cosa grande”) a una di angoscia e potenziale tragedia è davvero rimarchevole. Introdotto da un sogno premonitore in cui viene ucciso un cervo, l’ingresso della ragazza nella paranoia assume i contorni di un evento da cui non si torna più indietro. Il sesso, grande protagonista della parte iniziale del film, consumato anche in cucina, sparisce completamente dalla scena e lascia il posto alla privazione, alla penuria, al sacrificio. Preda di ogni luogocomunismo del caso, dai tarocchi alla medicina alternativa ai metodi naturali al salutismo, ferma sul no alla tecnologia, la ragazza si condanna e condanna la sua famiglia a una vita di isolamento assoluto. Non esce neppure più di casa. Il bimbo, dice, non deve mangiare “veleno”. Il fatto è che, per lei, ogni cosa ormai è “veleno”. I servizi sociali, allertati da lui, poco possono fare. Occorre strappare il bimbo alla madre, anche con metodi poco simpatici. Bisogna metterlo in “sicurezza”. L’ironia del film è che Mina, la ragazza, agisce in nome di un amore assoluto, improntando la propria azione al bene. È convinta che quello che sta facendo sia giusto, perché suo figlio è “speciale” Per purificarlo non lo nutre a sufficienza. Forse ha peso il fatto che sia una madre “italiana” in un contesto alieno. Come i precedenti film di Saverio Costanzo, è un’opera di pelle e nervi, di corpo e viscere. Come dice il titolo, siamo alle prese, qui, con “cuori affamati”: di sesso, di cibo, di felicità, più in generale di un proprio “posto nel mondo”. Iniziato tra odori forti e funzioni biologiche fuori controllo, non stacca mai la cinepresa dalla pelle dei personaggi, accentuando la sensazione di una crescente oppressione e minaccia.
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