Cucchi: «Il mio Don Giovanni ambientato allo Studio 54»
La regista del capolavoro mozartiano che sarà al Comunale l’11, 13 e 15 febbraio spiega la trilogia che comprende l’opera e che ci porta negli States del XX secolo
MODENA. È in arrivo “Don Giovanni”, l'opera di Mozart su libretto di Da Ponte, per la stagione lirica del Comunale, l'11 e il 13 febbraio alle 20, e domenica 15 alle 15.30. Secondo appuntamento di una trilogia mozartiana affidata alla regia di Rosetta Cucchi e diretta dal Maestro Aldo Sisillo sul podio dell'Orchestra Regionale dell'Emilia Romagna, l'opera è una coproduzione di Fondazione Teatro Comunale di Modena, Fondazione Teatri di Piacenza, Teatro del Giglio di Lucca e Ópera Tenerife - Auditorio de Tenerife “Adán Martín”; si avvale anche di alcuni cantanti provenienti dal Cubec di Mirella Freni. Rosetta Cucchi ci ha raccontato le sue scelte registiche.
Rosetta, come si compone la trilogia e quale chiave di lettura ha?
«La trilogia è iniziata con Nozze di Figaro due anni fa e si concluderà nel 2017 con Così fan tutte. C'è un fil rouge in tutto questo che è il luogo dove io ambiento queste tre storie: gli Stati Uniti del XX secolo. Nozze di Figaro lo abbiamo raccontato un po' alla Billy Wilder, con un'America anni '50 serena, delicata, pervasa da una levità calviniana. Con Don Giovanni andiamo trent'anni dopo, dove questa levità non c'è più. E' l'America reaganiana degli anni '80, dove la società è già divisa tra una classe borghese attenta a regole e costumi e una gioventù che arriva dagli anni'70; giovani che seguono le grandi star del rock e che si rovinano in qualche modo assieme a loro. Però è una società profonda, dove ci sono dei sentimenti forti e Don Giovanni è un'opera dai sentimenti forti. Lo possiamo pure chiamare dramma giocoso, ma per me pesa più il dramma che il gioco in questa storia. Ultima sarà Così fan tutte, nel 2017, e torneremo indietro nel tempo, agli inizi del '900, nel periodo dei grandi viaggi nei transatlantici dove succedeva qualsiasi cosa».
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Dove sono presentati i personaggi?
«Ho immaginato una discoteca come poteva essere il mitico “Studio 54”, dove sono passati gli artisti che hanno fatto epoca: Andy Warhol, Basquiat, e tutta una serie di personaggi eccentrici ma di grande spessore artistico. Ho immaginato, dunque, il fuori e il dentro di questo luogo e la sua Stella è proprio Don Giovanni, amato dalle sue fans, ricercato da chiunque perchè al top della sua carriera. I personaggi che gli ruotano attorno sono diversificati, ma in qualche modo fedeli al libretto, anche se può sembrare strano».
Don Giovanni lo ha pensato con una mania particolare. Qual è?
«Kierkegaard, il filosofo, paragonava Don Giovanni ai flutti del mare, cioè inafferrabile, continuamente alla ricerca di qualcosa o continuamente in fuga da qualcosa. La sua mania è di imprimere in una macchina fotografica tutto ciò che fa e che vede, tutte le donne che ha. Qualunque momento saliente della sua vita deve restare impresso in carta fotografica. Questo forse, nel suo vivere pericolosamente, gli fa pensare di lasciare qualcosa per il futuro. Ecco perché ho pensato che il cimitero dovesse diventare la sua camera oscura, dove ci sono tutte le foto delle sue malefatte, le foto delle sue donne. Persino quando uccide il Commendatore, lo tira su e costringe Leporello a fargli la foto».
C'è un filo conduttore di tutta l'opera?
«Un filo ematico è il conduttore di tutta la satira e si capirà alla fine cosa intendo. Se vi ricordate negli anni '80 si sentì parlare per la prima volta di Aids, dove un certo tipo di società pensava fosse la giusta punizione per un comportamento dissoluto. E un dissoluto punito ci ricorda molto la storia di Don Giovanni».
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