Gazzetta di Modena

“Still Alice”, un bel film per una prova d’attrice

DI ALBERTO MORSIANI
“Still Alice”, un bel film per una prova d’attrice

La pellicola di Glatzer candidata agli Oscar racconta dell’Alzheimer ma con una nota “di speranza”

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DI ALBERTO MORSIANI. STILL ALICE di Richard Glatzer, Wash Westmoreland. Usa 2014

Nel 1968, il bravo Cliff Robertson vinse l’Oscar per la sua interpretazione di un minorato mentale che riacquista l’intelligenza dopo un’operazione ma poi ripiomba inesorabilmente nel suo stato iniziale: il film era il commovente “I due mondi di Charly”, tratto dallo splendido racconto “Fiori per Algernon”. Ora, nel 2015, potrebbe vincere l’Oscar anche Julianne Moore in una parte assai simile: quella di una professoressa di linguistica della Columbia che viene aggredita dall’Alzheimer a soli 50 anni e pian piano entra in uno stato di paralisi mentale. Lo meriterebbe, perché la sua interpretazione, mai sopra le righe, è il fulcro di un film che, a sua volta, evita accuratamente ogni forma di patetismo o di esibizionismo. E questo fin dalla prima sequenza del film, in cui Alice viene inquadrata frontalmente dalla macchina da presa, mentre, al suo compleanno, parla a tavola con i figli e il marito, che ci vengono mostrati solo dopo alcuni minuti. Questa sequenza ci fa capire che la vita della donna è stata un successo dal punto di vista privato, familiare. Quella successiva, in cui, ancora una volta, Alice viene inquadrata in primo piano di fronte a un uditorio che non vediamo mentre sta tenendo una conferenza alla Ucla di Los Angeles, ci fa invece comprendere quanto la sua esistenza sia stata un successo anche dal punto di vista professionale. Però, già in questa sequenza, c’è un primo, piccolo segnale d’allarme: un breve passaggio a vuoto nell’esposizione, un rapido minaccioso lapsus. Tanto Alice viene innalzata in queste prime fasi del film, tanto più sarà dolorosa, straziante, la sua improvvisa, inesorabile discesa nel buio della mente. Che il film segue stando sempre attaccato al volto della protagonista, come a volerne scrutare gli infinitesimi mutamenti di espressione, di percezione del mondo e degli altri, di capacità di comprensione ed espressione. Che la Moore rende con grande intensità e sfumature. Perché proprio la grande esperta di linguaggio finisce per essere privata delle più elementari forme di espressione. L’ironia tragica della faccenda è colta dalla stessa Alice, che nella prima fase della malattia è costretta a registrare in prima persona i suoi passi falsi, le sue dimenticanze. L’affetto dei famigliari è importante ma non sufficiente. Alice è sempre più sola. A differenza di “I due mondi di Charly”, però, “Still Alice” (che fa il verso a “still alive”, ancora viva dopotutto), evita di chiudersi su una visione di agghiacciante pessimismo. Al contrario, l’avvicinamento tra due donne di diversa età nell’ultima parte del film ci consegna una nota di speranza: in fondo, è l’amore che riesce a farci comunicare l’un l’altro, alla faccia dell’Alzheimer. L’attrice Lidia reciterà d’ora in avanti per una unica spettatrice.

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