“I giocatori”: anime perse nella partita della vita
Da stasera al Teatro delle Passioni va in scena il testo del catalano Pau Mirò Enrico Ianniello: quattro amici e sul tavolo, oltre alle carte, i loro fallimenti
MODENA. Dopo il successo di Chiòve, il regista e attore napoletano Enrico Ianniello torna a teatro con un testo dell'autore catalano Pau Mirò, "I giocatori" che Ianniello ha tradotto e diretto. I protagonisti della storia sono quattro uomini che si incontrano per giocare una partita a carte che si rivelerà essere un gioco dove ironia, solitudine e fallimento si intrecciano in un vecchio appartamento.
I protagonisti sono quattro uomini, ci racconta qualcosa in più su questi personaggi?
«Sono quattro "derelitti" che hanno deciso di abbracciare il loro fallimento e questo li rende enormemente simpatici perché sono definiti soltanto dal loro mestiere, il becchino, il barbiere, il professore e l'attore, ma non si chiamano mai per nome; vivono una curiosa anomalia in quanto nessuno dei quattro lavora più. Quindi quello che ci si chiede è se esistano o meno. Avendo abbracciato questo loro fallimento si incontrano a casa del professore per cominciare a giocare, ma in una partita che non inizia mai veramente perché ormai non hanno più nulla da puntare e tutto ciò rende questo spettacolo divertente da un certo punto di vista e anche malinconico».
La collocazione geografica non è specificata anche se i personaggi hanno uno spiccato accento napoletano...
«Sì, certo il loro accento è fortemente napoletano, ma esplicitamente non si dice mai la loro collocazione. Potrebbero essere ovunque, ma quello che traspare dai personaggi è Napoli. Ho già tradotto un altro testo dello stesso autore "Chiòve" dove c'era una collocazione geografica molto precisa che serviva soprattutto a dare uno scatto tra le provenienze dei due personaggi, uno molto povero mentre l'altro benestante, mentre qui non si dice mai apertamente dove sono, forse proprio perché non sono da nessuna parte. Esistono in quanto sono in quella casa».
Parlando di Pau Mirò cui si è ispirato, chi è lui e perché ha scelto la sua opera?
«Ci lega un'amicizia decennale, abbiamo fatto altre cose insieme, ho tradotto alcuni suoi testi, mi piace molto il suo modo di scrivere che spesso viene esaltato dalla sua traduzione in napoletano. Infatti a volte capita che lui scriva un testo, me lo manda, lo mette in scena a Barcellona poi quando lo viene a vedere a Napoli mi dice sorridendo "Finalmente ho capito cosa ho scritto"».
Napoli e Barcellona sono due città molto vive dal punto di vista culturale. Cosa le lega?
«Barcellona è una città con una grandissima vitalità teatrale e questo purtroppo la rende molto diversa dall'Italia, non solo da Napoli. Poi c'è una forte propensione alla difesa della loro lingua, il catalano. Inoltre mi pare interessante il modo di guardare Napoli da Barcellona: spesso lo si fa con meno stereotipi, in un modo "più europeo" e questo rende anche i testi di Pau tradotti a Napoli ancora più apprezzati».
Cosa fare per avere una stagione teatrale più attiva nel nostro territorio?
«Credo che la ricetta sia sempre la stessa da tanto tempo: bisogna continuare ad investire e ad avere fiducia nei piccoli teatri, come succede anche in Catalogna».
Lo spettacolo va in scena al Teatro delle Passioni (viale Carlo Sigonio 382) oggi, domani e venerdì alle 21, sabato alle 19.45.
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