Allo Storchi amore e morte secondo Luigi Pirandello
Il regista Marco Bernardi mette in scena il dramma “La vita che ti diedi” Patrizia Milani: ruolo che scava nel dolore di una madre per la perdita del figlio
MODENA. L'opera drammatica di Pirandello "La vita che ti diedi" va in scena al teatro Storchi da stasera fino a domenica diretta da Marco Bernardi con Patrizia Milani nel ruolo di Donna Anna Luna. Una storia che vede al centro della scena una donna che vive il dolore più grande: la perdita del figlio.
Lei è la protagonista dello spettacolo e interpreta Donna Anna, una figura femminile molto complessa e impegnativa, che personaggio è?
«Questo personaggio fu scritto per Eleonora Duse, ma per un po’ non lo interpretò, sia per la sua salute precaria, sia perché questo personaggio di madre un po' la spaventava e non aveva tutti i torti. Infatti Donna Anna se viene letta in positivo è la quintessenza della maternità, dell'amore materno che vive oltre la morte, ma se guardata da un altro punto di vista è una madre un po' atipica forse anche un po' "vampiresca", che ha impedito a suo figlio di vivere ed infatti lui, una volta arrivato all'università si allontana per ben sette anni dalla casa della madre e questo di certo vorrà dire qualcosa».
Come è stato interpretare un personaggio del genere?
«Dal punto di vista emotivo è stato un impegno molto forte e proprio per questo mi sono fatta aiutare da uno psicologo che mi ha aiutato a ricostruire l'ossessione di questa donna che, vedendosi tornare il figlio a casa dopo sette anni di assenza, dapprima non lo riconosce neanche; lei aveva visto partire un giovane bello, con gli occhi azzurri e i capelli biondi e lo vede ritornare vecchio, calvo e con gli occhi spenti e in realtà non lo vuole riconoscere. Poco dopo essere tornato a casa poi il figlio muore e quindi quello che vede sul letto di morte per lei non è suo figlio che invece continua a vivere nella sua memoria. Quindi c'è una negazione del dolore della perdita del figlio talmente grande che lei lo nega per continuare a sopravvivere. Donna Anna vive tutte queste fasi della mancanza del figlio, dalla partenza, al ritorno fino alla morte e per lei è davvero troppo così entra in questa follia e cerca di convincere tutti quelli che le sono vicina, dal prete alla sorella che quello non è suo figlio, ma in realtà sa benissimo che è lui quindi c'è sempre questo entrare ed uscire da una lucida follia».
Donna Anna è molto legata all'immagine della maternità. Oggi pensa che per le donne sia ancora così?
«C'è un vero e proprio discorso antropologico dietro, la società spesso definisce la donna nella figura di madre, spesso si tende anche ad enfatizzare la figura della madre per cui è un discorso che continua ad essere molto attuale. La realizzazione della donna viene vista ancora attraverso la maternità e penso che una donna sia prima di tutto un individuo e la sua realizzazione non può arrivare dalla maternità, può essere uno degli aspetti della vita ma non credo che sia il principale».
Lo spettacolo è diretto da Marco Bernardi con cui lei lavora da diversi anni. Che rapporto vi lega?
«Devo dire che io, Bernardi e Simoni abbiamo dato vita ad un lungo sodalizio. Marco è un regista particolarmente sensibile ed elegante con cui si lavora con grande complicità ed ha sempre un progetto chiaro, non è invasivo con gli attori ma lascia che trovino la loro strada da soli nello spettacolo».
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