Turner, l’ambizioso film sul pittore rapito dalla luce
TURNER di Mike Leigh. Gran Bretagna 2014 La prima inquadratura del film, la migliore, ci dice già tutto, o quasi: lungo un tipico canale olandese, verso il tramonto, due acquaioli passeggiano...
TURNER di Mike Leigh. Gran Bretagna 2014
La prima inquadratura del film, la migliore, ci dice già tutto, o quasi: lungo un tipico canale olandese, verso il tramonto, due acquaioli passeggiano chiacchierando. Sullo sfondo, il più classico dei mulini a vento. La macchina da presa carrella accompagnando il movimento delle due donne, fino a scoprire, in lontananza una figura intenta a captare su un taccuino la speciale luminescenza dell’ora, le mille sfumature del cielo rossastro.
Turner dipinge en plein air, come un macchiaiolo toscano qualche anno dopo. La luce è la sua dea, prima degli impressionisti. Il film di Leigh è interessante soprattutto quando si sofferma sul rapporto tra la pittura di Turner e il paesaggio, molto meno quando si affida all’aneddoto biografico.
Turner riproduceva i luoghi visitati durante i suoi vagabondaggi nelle campagne. Trascende il dato realistico verso una visione più libera e lirica del paesaggio. A ciò contribuirono le estetiche del Sublime e del Pittoresco. Era legato anche al gusto settecentesco, ammirava Poussin e soprattutto, come viene accennato nel film, Lorrain.
Il film segue solo in parte l’evoluzione di Turner verso uno studio sempre più approfondito degli effetti atmosferici e luministici. In uno spazio-luce libero da ogni tradizionale impianto prospettico, le forme perdono sempre più consistenza e contorni e i colori puri divengono, con la luce, i protagonisti del quadro.
Il film è un po’ carente nel rendere questo passaggio, mentre è più efficace nel mostrare il grande interesse del pittore per la modernità: si vedano le belle sequenze nello studio fotografico o quando Turner osserva rapito gli sbuffi di fumo nella brughiera di uno dei primi treni a vapore.
C’è forse troppa preoccupazione da parte del regista di inserire nel lunghissimo film ogni spunto biografico, dal rapporto col padre a quello contorto con la domestica, al disinteresse per l’ex moglie e le due figlie, all’appartenenza all’Accademia, ai contatti con critici (Ruskin), collezionisti, mercanti, colleghi, per giungere alla vita in comune con la vedova di un marinaio. Turner vi appare un personaggio scorbutico, difficile, talvolta intrattabile, orgoglioso e intransigente, sicuro della bontà della propria arte.
Da buon inglese, Leigh è attratto dal dato realistico e non sembra il regista migliore per farci cogliere, invece, la trasfigurazione lirica, immaterica, di Turner.
Del resto, le innumerevoli biografie cinematografiche di artisti e pittori raramente riescono ad andare oltre il dato realistico-biografico per immergersi nella pittura, che poi è l’unica cosa che conta davvero. Per forza: Timothy Spall è ottimo attore, ma non è certo un pittore. Nulla a che spartire con Picasso che, nel memorabile documentario di Clouzot del 1956, dipingeva in diretta una quindicina di quadri.
Lì, grazie all’artista, si penetrava nel “mistero”, qui si rimane alla superficie, proprio nella misura in cui il film fornisce e affastella così tanti dettagli di costume, non tutti necessari.
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