Gazzetta di Modena

Un Don Giovanni moderno perso nell’America Anni ’80

di Chiara Bazzani
Un Don Giovanni moderno perso nell’America Anni ’80

Al Teatro Comunale in scena l'opera di Mozart della regista Rosetta Cucchi L’azione si sposta nel tempo e nello spazio e rivive nell’epoca reaganiana

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MODENA. Debutta stasera, al Teatro Comunale di Modena, Don Giovanni di Wolfgang A. Mozart. Inizio alle 20, con repliche venerdì sempre alle 20, e domenica alle 15.30.

L'opera è presentata in un nuovo allestimento ideato dalla regista Rosetta Cucchi, con scenografie che spostano l'azione nel tempo e nello spazio rispetto all'originale. Si tratta infatti di un Don Giovanni ambientato nell'America reaganiana degli anni '80.

Lo spettacolo è stato realizzato dalla Fondazione Teatro Comunale di Modena in coproduzione con Fondazione Teatri di Piacenza, Teatro del Giglio di Lucca e Ópera Tenerife – Auditorio de Tenerife "Adán Martín". A dirigere l'Orchestra Regionale dell'Emilia Romagna è il Maestro Aldo Sisillo. Il cast affianca interpreti di rilievo internazionale, quali Alessandro Luongo, nel ruolo del titolo, Yolanda Auyanet e Roberto de Candia (Leporello), a cantanti perfezionati sotto la guida di Mirella Freni al CUBEC Accademia di Belcanto di Modena nelle parti di fianco. Il coro è il Lirico Amadeus-Fondazione Teatro Comunale di Modena. La storia di Don Giovanni è nota. L’opera, costruita sopra il testo esemplare di Lorenzo Da Ponte, realizza un equilibrio inscindibile tra commedia e tragedia in un dramma dal profilo etico e metafisico dove gli istinti umani più bassi si mescolano ai più alti ideali.

L’opera va in scena nel contesto di un progetto dedicato al trittico Mozart/Da Ponte che ha già visto la messa in scena delle Nozze di Figaro nel 2013, mentre nel 2017 sarà presentata Così fan Tutte. «C'è un "fil rouge" in tutto questo – spiega la regista - che è il luogo dove ambiento queste tre storie. Il luogo è l'America del XX secolo. Abbiamo pensato nel primo a Billy Wilder a una commedia gentile e delicata anni '50. Don Giovanni è più profondo, c'è più dolore, c'è più ricerca, più dissoluzione. Lo possiamo pure chiamare dramma giocoso, ma per me pesa più il dramma che il gioco in questa storia. Allora lo abbiamo spostato di trent'anni, negli anni '80, un'America raeganiana, dove la società è già divisa tra una classe borghese attenta a regole e costumi e una gioventù che arriva dagli anni'70 e che è rivoluzionaria in qualche modo, e per la quale vivere pericolosamente, vivere il momento come se non ci fosse un domani, è il diktat che segue e precede le loro vite». In questo contesto Don Giovanni è una star, ricorda un po' le grandi star del rock «stelle amate e desiderate da tutti. E loro, forse per un "taedium vitae", o per qualcos'altro che non sapevano, mangiavano la loro stessa vita – aggiunge Rosetta Cucchi - Io ho immaginato un Don Giovanni così, imprendibile, irraggiungibile che ama e odia se stesso nella stessa maniera, e che in qualche modo distrugge se stesso. Un filo ematico è il conduttore di tutta la satira e si capirà alla fine. Se vi ricordate negli anni '80 si sentì parlare per la prima volta di Aids, dove un certo tipo di società pensava fosse la giusta punizione per un comportamento dissoluto. E un dissoluto punito ci ricorda molto la storia di Don Giovanni».

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