Il conflitto al cinema, bellezza e orrore
Una lunga filmografia per un “genere” carico di pathos, sofferenza, esaltazione
di Alberto Morsiani
La guerra piace molto al cinema perché condensa al massimo grado emozione, pathos, sofferenza, esaltazione. È il conflitto ciò che genera questi sentimenti, e cosa c’è di più conflittuale della guerra? Nessuna meraviglia, dunque, che quello bellico sia uno dei filoni o generi più attraversati dal cinema di ogni paese.
In particolare, la grande guerra, con la tensione generata dallo starsene rinchiusi in trincea, con l’attesa snervante interrotta da sporadici attacchi tra le linee che assomigliano sinistramente a forme di suicidio collettivo, ha offerto al cinema la possibilità di scrivere memorabili pagine di spettacolo cruento, in cui bellezza e orrore si mescolano in modo inscindibile (su questo osceno intreccio, si legga “Un terribile amore per la guerra” di James Hillman). Basti pensare agli assalti all’arma bianca in film come “Orizzonti di gloria” di Kubrick o “La grande guerra” di Monicelli, panoramiche dall’alto o carrelli laterali che scoprono porzioni di territorio inzuppato dal sangue dei soldati e folle di lemming impazziti alla rincorsa del proprio destino: gloria o morte, o gloria attraverso la morte. I volteggi e i duelli aerei in film come “Ali” di Wellman, “La squadriglia dell’aurora” di Hawks, “Il barone rosso” di Corman, “La battaglia delle aquile” di Gold… La straziante agonia dei fantaccini nelle trincee e nelle no man’s land in film come “La grande parata” di Vidor, “Westfront” di Pabst, “All’Ovest niente di nuovo” di Milestone, “Addio alle armi” di Borzage, “Il sergente York” e “Le vie della gloria” di Hawks, “Uomini contro” di Rosi, “War Horse” di Spielberg… Le attività di spionaggio e il “dietro le quinte” in film come “Ero una spia” di Saville, “La spia in nero” di Powell, “Fraulein Doktor” di Lattuada, “Mata Hari” di Fitzmaurice, “Disonorata” di Von Sternberg…
La follia della guerra è stata esorcizzata dalla comicità e dal sarcasmo di “Oh che bella guerra” di Attenborough, “La guerra lampo dei fratelli Marx” di McCarey, “Charlot soldato” di Chaplin, “Per il re e per la patria” di Losey, “Il compagno B” con Stanlio e Ollio… Si va dalla tragicità di “E Johnny prese il fucile” di Trumbo alla sapiente evocazione dello Zeitgeist della Belle Epoque di “La grande illusione” di Renoir, e poi avanti con i caimani del Piave, le cadute delle aquile, i fucilieri delle Argonne, le scarpe al sole, le terre di nessuno, le montagne in fiamme, gli arsenali, gli anni spezzati, le giovani aquile, le montagne silenziose, i recuperanti, i cinque dell’Adamello, i quattro cavalieri dell’Apocalisse, il Piave mormorò… L’intera epopea sanguinosa della Grande Guerra, lavacro di una generazione e fine di un’epoca, è stata illustrata e in parte ri-creata dal cinema, alto e basso, di genere e d’autore, con selvaggia bellezza e ambigua fascinazione.
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