«Nessi, uno scambio di volt tra l’attore e il suo pubblico»
Alessandro Bergonzoni spiega il suo ultimo spettacolo che presenta a Modena in cui «si sposta - dice - dal gioco di parole per fare un lavoro sul collegamento»
MODENA. Alessandro Bergonzoni arriva al teatro Storchi con il suo nuovo spettacolo “Nessi”, questa sera alle 21 e domani alle 19.45. L'attore, che da anni affianca all'attività teatrale una sua ricerca artistica a 360 gradi sia nel campo della letteratura, recentemente è uscito il suo libro di poesie “L'amorte” (Garzanti), sia nei linguaggi delle arti visive con installazioni e mostre personali in Italia e all'estero, torna ora al teatro con un nuovo spettacolo di cui è autore e, assieme a Riccardo Rodolfi, anche regista. In un'assoluta solitudine drammaturgica Bergonzoni si trova al centro di una cosmogonia comica circondato da una scenografia “prematura”, da lui concepita, alle prese con un testo che a volte potrebbe anche essere, e questa è una vera e propria novità, una candida e poetica confessione esistenziale, senza per questo rinunciare alla sua dirompente visione stereoscopica.
Alessandro, che tipo di nessi sono quelli che danno il titolo a questo spettacolo?
«Sono una forma di socializzazione diversa da quella che abbiamo su Internet. Da quando nasciamo a quando moriamo, colleghiamo, uniamo tutte le persone a noi, come ci fosse qualcosa che unisce dunque “colleghi”. La parola “collega” non è infatti più un sostantivo ma è voce del verbo collegare, unire. E questo è il lavoro di noi invocati: siamo degli invocati, iscritti all'albo degli invocati, nel processo delle cose. Significa vedere tutti quei fili, fili adottivi, fili spinati fili di un dio minore, che sono quelli che noi notiamo solo quando guardiamo un morto in televisione o quando leggiamo la notizia su Internet. Invece penso che ci sia una forza, un'energia, che possa collegare tutte le persone col pensiero, con l'intenzione, con l'azione, col gesto e con l'arte e la poetica».
Cosa cambia rispetto a “Urge”?
«Urge era un urlo, questa è un'invocazione. Dobbiamo sentire le invocazioni degli altri, dato che siamo in un'epoca in cui c'è la protesta. Protestano le piazze, le persone scrivono, vanno in televisione... inevitabile che manchi, in quella terra di nessuno, una nuova strada, una nuova pista che è quella che deve fare ognuno di noi “dentro”; ed è un grande lavoro poetico, non solo sociale e civile. Questo spettacolo non è uno spettacolo sull'antipolitica ma sull'ante-politica, tutto quello che si deve fare e si può fare da cittadini, da padri, da studenti, da lavoratori, sul tema culturale, artistico e poetico. Questo è il tema principale, con i mezzi, i mattoni della comicità, della surrealtà, della metafisica, mai della satira, mai della parodia».
Parliamo della forma dello spettacolo. C'è uno scarto rispetto ai suoi spettacoli passati, si avverte una differenza di registro.
«La parola differenza di registro, la parola scarto sono quello che ho voluto fare in questo spettacolo, per non fare Urge 2 o per non fere “il meglio di”. Avevo bisogno proprio di spostare dal binario di chi si aspetta solo il gioco di parole, di chi si aspetta la comicità sul linguaggio; secondo me il lavoro è sul collegamento. Il problema è proprio fare succedere. Deve avvenire qualche cosa lì dentro, in quel momento. Non è nè una vetrina, nè un convincente “ho ragione io”, lo spettacolo è proprio quello che avviene tra me e il pubblico, non è solo quello che avviene sul palco, ma quello che avviene come corrente, come scambio di volt; è un voltaggio elettrico. Spero che cambi anche la condizione del mestiere di pubblico».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
