Gazzetta di Modena

«Tra musica e famiglia: i grandi amori della mia vita»

di Rossella Sant’Unione
«Tra musica e famiglia: i grandi amori della mia vita»

Il debutto a 10 anni, le tournée, la figlia, i nipoti, l’amicizia con Pavarotti

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MODENA. E fanno ottanta. Portati con piglio, determinazione, personalità. Ma anche autenticità e semplicità, da donna che ama la sua dimensione di madre e nonna, che alterna ricordi da enciclopedia a gesti di quotidiana normalità. Meravigliosa Mirella che travolge con il suo entusiasmo e che quando alza la voce per rafforzare il senso di ciò che sta dicendo sfodera ancora tonalità tanto potenti da lasciare stupefatti. Alla vigilia di una doppia festa, alla Scala prima e a Modena poi, domani nel giorno esatto del suo compleanno, sullo sfondo le garbate pressioni che arrivano dal Metropolitan di New York e dal Bolshoi di Mosca che pure vorrebbero “essere della partita” per questa straordinaria ricorrenza, la signora Freni ha accettato di raccontarsi, a cominciare proprio dagli eventi di questi giorni e dalla sua emozione per l’invito del teatro meneghino.

«Ho sempre fatto il mio lavoro con grande gioia e alla Scala ho cantato per più di cinquant’anni, ma non me l’aspettavo proprio. Non lo hanno mai fatto per nessuno. Quando mi ha chiamato, ormai tre settimane fa, il gran capo Alexander Pereira (sovrintendente del teatro scaligero n.d.r.) e mi ha detto “Mirellina noi vorremmo fare questa cosa” sono rimasta sorpresa e la prima reazione è stata di chiedergli cosa mai gli fosse venuto in mente, anche se con lui ho lavorato tanto, in Svizzera, a Salisburgo... Comunque è meraviglioso, vado molto volentieri. E poi ci saranno i miei nipoti, Gaia che alla Scala è già venuta, e Mattia. Per lui a Milano è la prima volta ed è entusiasta».

Già, i suoi nipoti. Quando ne parla le parole scorrono ancora più veloci e lo sguardo di Mirella, che per loro, è “Ciaccia”, si illumina.

«Li ho portati con me spesso - continua - specie in America, al Metropolitan. Lì sono venuti tutti e due. Gaia la prima volta aveva appena cinque-sei anni. Era buonissima, un angelo. Mattia, che è più giovane, è venuto dopo, ma mai alla Scala. Per cui, ora, è felicissimo. Giorni fa, quando è nevicato, mi hanno chiamata al telefono. “Ciaccia - mi hanno detto - veniamo a trovarti”. E siamo stati assieme tutto il giorno guardando lo sport in tivù. Io sono tifosa del Modena e seguo molto il tennis, specie Djokovic che so che mi conosce e mi piacerebbe tanto incontrare. Il nome Ciaccia me lo hanno dato proprio i miei nipoti. Quando erano piccini io dicevo “vieni in braccio dalla nonna”. E braccio è diventato “Ciaccia”, un soprannone che mi è rimasto e con cui ha finito per chiamarmi anche mia madre. Ho sempre cercato di essere una nonna normale, di non viziarli. Ho sempre detto “per voi la nonna c’è e ci sarà sempre; ma se non fate a modo qui non ci venite più”».

I nipoti ma anche, prima di loro, la figlia Micaela cresciuta con la stessa semplice autenticità. Quanto è importante per lei la famiglia?

«Sono nata sotto il segno dei pesci e perciò ho due parti, quella artistica e quella domestica. Lo sa che non ho mai ascoltato un mio disco? Ho avuto una grande carriera e ringrazio Dio che mi ha dato un dono speciale. Ma una volta fatto il mio lavoro, sempre con grande gioia, impegno e amore, me ne tornavo a casa dove ero solo una donna con la sua famiglia, i suoi amici. La cantante non esisteva più. Naturalmente mi prendevo i miei tempi, per studiare, per fare le cose al meglio. Una volta finito, però, basta. E sono sempre stata bene così. Quando sono andata in America portandomela dietro, Micaela aveva circa dieci anni. Dovevo stare a New York, al Metropolitan, due mesi. Allora sono andata nella sua scuola, a parlare con il direttore, per fare in modo che questa assenza non la penalizzasse. A New York c’era una ragazza che la seguiva e, con una insegnante tutta per sè, Micaela tornò che era persino più avanti dei suoi compagni. Ho sempre temuto che mia figlia finisse con l’odiare l’opera perché la vedeva come la cosa che le sottraeva la mamma. Per questo l’ho sempre portata con me e tra noi, oggi che io ho 80 anni e lei 59, oltre all’affetto ci sono anche amicizia e grande, reciproco, rispetto. Lei però non canta. Qualche volta, per scherzo, quando i suoi bambini erano piccoli, si metteva ad “urlare” dicendo che era il suo turno. Ma loro la apostrofano ridendo “Nonna la mamma è matta”. E finiva lì, con una risata generale».

Poi c’è, come dice, l’altra parte, l’artista. Cinquant’anni e più di carriera che la hanno resa una delle grandi regine della lirica. Cos’è la musica per lei?

«Avevo 5 anni e ricordo mio padre che mi diceva “Cocca cosa vuoi fare da grande?”. E io: “La cantante d’opera”. Lui, rivolgendosi anche a mia madre, diceva affettuosamente “Questa è matta”. E io ripetevo: “La cantante, voglio cantare l’opera”. A 10 anni ho vinto il mio primo concorso, non solo nella mia categoria, ma anche in quella generale dove c’era gente molto più grande di me. La musica è tutto. E ringrazio Dio per il dono che mi ha dato della voce. Però ci vuole anche impegno. Ci vuole serietà, senza montarsi la testa. Tante volte, dopo aver studiato per ore o giorni, provavo davanti ad uno specchio e se non mi piacevo me ne dicevo di tutti i colori».

Lei ha cantato nei più grandi teatri del mondo, diretta dai più grandi direttori. Ce n’è uno che ricorda in modo particolare?

«Ho lavorato con tanti, Karajan, Giulini, Abbado, Gavazzeni, Maazel e con tutti mi sono trovata bene anche perché c’è sempre stato un rapporto di reciproco aiuto nel tirar fuori il meglio di noi. Poi devo dire che ho sempre e solo fatto quello che mi convinceva e con chi mi convinceva. Comunque il direttore che, forse, ho più nel cuore è Karajan con il quale ho lavorato per 26 anni. Mi ricordo che ero alla Scala per la Boheme di Zeffirelli. Karajan arrivò che noi avevamo già cominciato le prove e io ero abbastanza intimorita dal suo giudizio. Sentii che mi guardava e mi parve di cogliere un leggero sorriso. Pensai che il mio aspetto, esile e adatto al ruolo di Mimì, gli piacesse. Ma la voce? Improvvisamente si rivolse a Zeffirelli e gli chiese se avesse bisogno di me. Poi mi fece cenno di seguirlo. “Ci siamo - mi dissi - questa è l’audizione”. Entrammo in una sala dove c’era un piano. M’aspettavo mi proponesse il primo atto. Invece no, andò diretto all’ultimo. Insomma più che la voce voleva testare la mia capacità di interprete. Voleva vedere se ero davvero una artista. Alla fine mi diede un buffetto sulla guancia e mi disse “Andiamo”: Dopo la prima salì sul palco piangendo, mi sussurrò “Cocca sei stata straordinaria”. Sempre con lui e la Scala andammo a Mosca; io avevo 24-25 anni. Rimanemmo là un mese e io interpretavo sia Liù in Turandot che Mimì in Boheme. C’era una certa tensione perché ci avevano avvertiti che Krusciov non era un grande amante della lirica. Finì non solo entusiasta e dopo Turandot venne anche per Boheme. “La piccola schiava - disse - è stata un fenomeno”.

E i suoi colleghi? E le colleghe? C’è mai stata, come spesso è successo nella lirica, qualche rivalità?

«Ho cantato con tutti i più grandi: Corelli, Raimondi, Domingo, Carreras, Pavarotti, la Berganza, la Simionato e mi sono sempre trovata bene con ognuno di loro. Rivalità? No, per niente. Sono sempre andata per la mia strada e anche con le colleghe c’è sempre stato molto rispetto. Poi c’era Luciano. Con lui il rapporto non è stato solo di lavoro, noi due eravamo come fratelli. Siamo cresciuti assieme perché le nostre mamme lavoravano entrambe alla manifattura tabacchi. Siamo stati “compagni di culla”, più che amici e colleghi, veri fratelli. Luciano diceva sempre: “Io e Mirella insieme abbiamo fatto di tutto, tranne l’amore”. A lui piaceva cantare con il papà nel coro della Rossini e per questo, pur essendo mio coetaneo, è arrivato un poco dopo di me. Ricordo che spesso, magari parlando in dialetto mi chiedeva “Nana, va bene quello che faccio?”. Io gli rispondevo ricordandogli che ero più vecchia, che mi doveva rispettare e, a volte, facendogli anche un po’ da mamma. Ricordo, quando già stava male, che lo andai a trovare in ospedale. Lui era ricoverato a New York e io ero lì in tournée. Nella sua stanza c’era sempre un grande viavai di persone e allora lui, per trovare con me un poco di intimità, cominciò a parlare in dialetto. Eravamo molto uniti tanto che avevamo anche pensato di chiedere al Comune di darci uno spazio a San Cataldo dove poter fare le nostre tombe, per noi e i nostri cari; uno spazio per i cantanti modenesi. Però non ci hanno ascoltati e non se ne è fatto niente».

Ora il suo lavoro è soprattutto quello di docente nella sua scuola, il Cubec. Quanto sono importanti i giovani?

«I miei allievi sono la mia vita, sono un po’ come figli. La scuola è importante perché senza studio il talento, anche se c’è, non esce. Tra l’altro, oggi, non ci sono più i maestri di un tempo, quelli che avevamo noi. Io cerco di trasmettere loro la tecnica, ma anche l’umiltà, la correttezza, il senso del lavoro e il rispetto degli altri. E le soddisfazioni arrivano. Molti hanno già avuto ruoli importanti anche, ad esempio, nell’ultimo Don Giovanni presentato proprio nel nostro Comunale».

Mi tolga una curiosità, cosa ne pensa, se li ha sentiti cantare, dei ragazzi del Volo che hanno vinto Sanremo?

«Certo che ho visto Sanremo, e mi sono piaciuti molto. Hanno delle belle voci che però devono essere coltivate. Per ora hanno trovato la strada giusta, spero continuino senza dimenticare mai lo studio. Comunque mi piacciono molto e sono quasi certa che prima o poi ci incontreremo».

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