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oggi ultime repliche allo storchi

I Servillo e Solis String Quartet: magistrale sintesi di napoletanità

di Andrea Marcheselli
I Servillo e Solis String Quartet: magistrale sintesi di napoletanità

MODENA. È un profondo e sentito omaggio alla cultura napoletana “La parola canta”, il recital che Peppe e Toni Servillo, con la collaborazione del Solis String Quartet, da giovedì scorso fino alla...

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MODENA. È un profondo e sentito omaggio alla cultura napoletana “La parola canta”, il recital che Peppe e Toni Servillo, con la collaborazione del Solis String Quartet, da giovedì scorso fino alla doppia recita (h.15,30 e 21) di oggi stanno proponendo al teatro Storchi. I due Servillo, artisti - meritatamente - fra i più amati del panorama italiano, da un po' di tempo hanno cominciato a condividere l'esperienza teatrale: la scorsa stagione li abbiamo applauditi in un bellissimo allestimento dell'eduardiana “Le voci di dentro”, ora fondono le rispettive vocazioni, quella più attoriale di Peppe e quella maggiormente musicale di Toni, in uno spettacolo ove prosa, musica e poesia sono tasselli di un mosaico sull'universo partenopeo, che non è un microcosmo, anzi, piuttosto l'emblematica rappresentazione di tutto quanto riguardi l'esistenza dell'uomo, come si lascia intendere in apertura in una lunga catalogazione a mo' di litania. Poi, dando vita alle parole e alla musica dei classici Eduardo, Viviani, E. A. Mario e Libero Bovio, come pure dei contemporanei Enzo Moscato e Mimmo Borrelli, Franco Marcoaldi e Michele Sovente, il recital cresce con la vitalità di una lingua e dell'atmosfera di una città probabilmente unica al mondo per la sintesi che riesce a contenere delle pulsioni vitali, delle più fertili fantasie, assieme alle tragedie sociali, agli orrori culturali che la caratterizzano. Rifuggendo, peraltro, ogni raffigurazione scontatamente iconica della napoletanità, i Servillo sono interpreti strepitosi di tutto ciò (indimenticabile è il poemetto di Eduardo De Filippo “Vincenzo De Pretore” recitato da Peppe con una intensità che ha poco da invidiare a quella del suo autore), incorniciato da una rilettura della tradizione musicale partenopea affidata a Vincenzo Di Donna, Luigi De Maio, Gerardo Morrone e Antonio Di Francia nell'ottica di una contemporaneità inopinatamente comunicativa. Anch'essi magnifici, viola, violini e violoncello tessono la base sonora, irrinunciabile per un ritratto napoletano, di quella che una volta sarebbe stata una “serata d'onore” in cui ogni artista giganteggia proponendo il meglio di sé. Attraverso di loro, Toni e Peppe Servillo fanno vivere la parte di Napoli che più piace ricordare, quella così ricca di creatività da trasformare la propria esistenza in un'opera d'arte. Detta così, può sembrare vuota retorica. Invece, a parer nostro c'è talmente tanto contenuto in quei suoni, in quelle parole, in quei gesti, in quelle espressioni che viene sempre da chiedersi se i Servillo, come a loro volta i De Filippo, o un Pino Daniele, un Massimo Troisi, non siano che la punta prodigiosa di un enorme iceberg di portentosa creatività.

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