Gazzetta di Modena

“Vizio di forma” di Anderson: noir alla rovescio

di Alberto Morsiani
“Vizio di forma” di Anderson: noir alla rovescio

La scrittura complessa di Pynchon proposta sullo schermo in un film che è un itinerario di redenzione

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VIZIO DI FORMA di Paul Thomas Anderson. Usa 2014

La scrittura complessa, labirintica di Thomas Pynchon, lo scrittore americano quasi ottantenne eterno candidato al Nobel, non è certo facile da rendere sullo schermo: ci poteva provare giusto un grande come PT Anderson, che trasferisce la personale predisposizione all’epos (rara di questi tempi) agli anni Sessanta descritti nel penultimo romanzo di Pynchon, “Vizio di forma” (Inherent Vice), uscito nell’agosto 2009. C’è da dire, comunque, che in questo libro lo stile di scrittura pynchoniano è più tranquillo del solito: sorprende la linearità sequenziale di una indagine hard boiled, condotta da un detective privato di Los Angeles incaricato di alcuni casi che finiscono per intrecciarsi tra loro generando il caos. Un personaggio decisamente chandleriano, una novità per Pynchon. Però, a differenza appunto del noir classico in cui si procede dal caos iniziale verso una qualche comprensione, qui succede l’opposto: si finisce nella confusione più assoluta. Unmondo perduto che viene restituito dal romanzo e dal film con una grande quantità di dettagli, che finiscono per dissolvere l’iniziale trama poliziesca. Del resto, i personaggi di Pynchon, lontani dalla furia iconoclasta e selvaggia della Beat Generation, sono impacciati, borderline, esseri abbastanza stupidi in balia della vita. Anderson è bravissimo a trasferirli con efficacia sullo schermo, incorniciando la storia di una indagine tra due inquadrature fisse di un pertugio aperto su uno spicchio di oceano a Gordita Beach, che denotano una volontà epicizzante, come in “Un mercoledì da leoni” che inizia e finisce nello stesso modo. In mezzo, una storia confusa ma eccitante che parte proprio come un romanzo di Chandler. Anderson è uno specialista nel ricreare lo speciale epos legato a momenti e personaggi tipici della storia americana (il suo capolavoro rimane la parabola del magnate Daniel Day-Lewis a cavallo del Novecento di “Il petroliere”, anche qui da un romanzo di Upton Sinclair, senza dimenticare l’odissea del reduce della seconda Guerra mondiale psicolabile di “The Master”), che restituisce con narrazioni ellittiche, sequenze dinamiche e gusto per grandi tragedie e grandi temi. Anche in “Vizio di forma” Anderson muove la macchina da presa in modo magistrale e crea immagini di icastica bellezza. Anche in “Vizio di forma”, come nei film precedenti, partecipiamo a un itinerario di redenzione e resurrezione compiuto da personaggi inizialmente preda del peccato e della dissolutezza. Interprete di questo tipo di angelo caduto miltoniano, negli ultimi tre film, è sempre lo stesso Joaquin Phoenix, fatto strafatto rozzo impacciato fisicamente, col male di vivere addosso ma anche con una ostinata, in qualche modo sublime, voglia di resistere alla libidine oscena dalla Caduta.

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