Sugimoto, fotografia come recupero del tempo
“Stop time” il titolo della mostra, da domani al Foro Boario, di trenta immagini dell’autore giapponese
MODENA. Rigorosa, essenziale, studiata in ogni dettaglio è la fotografia che Hiroshi Sugimoto presenta da oggi, alle 18.30 (solo per invito), al Foro Boario. Poco più di 30 immagini di estrema “pulizia” compositiva, si presentano come campo di possibili analisi anche astratte, come accade negli orizzonti marini (Ligurian Sea, Thyrrhenian Sea, Lake Superior, Baltic Sea), nelle architetture moderniste (MoMA), nei teatri, ma anche quando il sessantottenne artista di Tokyo si confronta con i “portraits” di personaggi storici in cera (Regina Vittoria, Duca di Wellington, Napoleone Bonaparte), o con le scene di animali e di paesaggio di musei di storia naturale. Una fotografia in cui si avverte una richiesta di compiutezza sempre esigente e mai appagata. C'è in essa una integrazione di passato e presente, stabilita da interrelazioni capaci di delineare incontri e seduzioni tra realtà e controllata immaginazione. Filippo Maggia, direttore di Fondazione Fotografia e curatore, con Chiara Dall'Olio, della mostra “Stop Time”, evidenzia «la qualità di ogni immagine, per l'intensità e delicatezza della stampa. Mi stupiscono i livelli di perfezione, non visto in altri autori». Un'opera che rispecchia il personaggio. «Sugimoto - prosegue - è stato antiquario e ha venduto dei pezzi ad importanti musei, esercita l'attività di architetto, ed è eccellente cuoco. E la perfezione si riscontra anche nel suo studio a New York, con la divisione particolare degli spazi: una grande parete dedicata al ritocco, dove una signora giapponese controlla con la lente ogni minimo particolare. Qualcosa di stupefacente. Al primo piano un giardino giapponese fatto di muschio, e una sala per la cerimonia del tè. Il rigore è la sua ossessione. Ogni scatto prevede due o tre giorni di lavoro, di riflessione». Nell'ultimo anno Sugimoto è stato spesso in Italia perché impegnato a lavorare per progetti a Venezia, in Toscana. E a Modena si trova come a casa, anche perché entusiasta della buona cucina, e ha visitato i teatri che si prestano alla sua indagine che punta ad un rapporto privilegiato tra bianco e nero che esalta la luce. La rassegna (catalogo Skira, aperta, da mercoledì a venerdì 15-19, sabato e domenica 11-19, fino al 7 giugno: ingresso 5 euro, libero accesso tutti mercoledì) verifica 40 anni di ricerca, rivolta ad analizzare la logica del linguaggio e quella della conoscenza; dalla serie “Seascapes”, con mari e oceani, come luoghi della vita, che egli paragona al “liquido amniotico”, alle strutture architettoniche di modernismo che hanno cambiato il panorama urbano; dai teatri impiegati come cinema, per trovare relazione con milioni di immagini che essi hanno accolto, ai diorami (animali impagliati collocati davanti a fondali dipinti che sembrano veri) del Museo Americano di Storia Naturale, e ai ritratti di statue di cera liberate dalle scenografie del Museo di Madame Tussauds di Londra. Si va anche dalla serie “Lightning Fields” con campi di luce nati dall'uso di scariche elettriche sulla pellicola, a “Photogenic Drawings” ottenuti con interventi del maestro giapponese sui negativi originali che l'inventore della fotografia W.H. Fox Talbot non aveva mai stampato. Una sezione della mostra è dedicata alle monografie sull'artista pubblicate, dal 1977 al 2104, in tutto il mondo. Unanime soddisfazione da parte di Andrea Landi, presidente della Fondazione, impegnata anche essa nella formazione dei giovani; dell’assessore alla Cultura Cavazza che richiama la necessità di un polo delle arti visive a Modena; di Enrico Quarantiello, dell'Unicredit che sostiene, da tempo, le iniziative della Fondazione.
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