All’ “Hotel Belvedere” una società senza speranza
In scena un’opera tratta da un testo di Horváth per la regia di Paolo Magelli Valentina Banci è la baronessa Ada von Stetten, un’aristocratica decaduta
La compagnia del Teatro Metastasio Stabile della Toscana presenta allo Storchi da stasera fino a domenica 15 marzo “Hotel Belvedere”. Si tratta di un’opera tratta dal testo di Ödön von Horváth sotto la direzione di Paolo Magelli con Valentina Banci nei panni della baronessa Ada von Stetten.
Che tipo di spettacolo è “Hotel Belvedere”?
«È una drammaturgia poco conosciuta in Italia - dice Valentina Banci - nello specifico è la prima traduzione italiana fatta dal regista Paolo Magelli che ha debuttato qualche stagione fa anche a festival importanti come quello di Bogotà. È un testo del 1922 anche se poi ha visto la luce solo nel 1926. Inizialmente Horváth l'aveva intitolato Hotel Europa ed è molto interessante questo nome perché c'è un'allegoria fortissima con l'Europa di oggi, tragicamente molto attuale dove Horváth esprime al meglio la sua criticità nei confronti della borghesia e dell'aristocrazia proprio perché incapaci di avere dell'utopie positive, quindi parla di un mondo volgare, legato al denaro e al materialismo. Nell'ultima stesura poi è passato da Hotel Europa ad Hotel Belvedere».
Chi sono gli ospiti dell'hotel?
«I protagonisti sono persone bieche, tutto si svolge appunto in questo albergo nelle prealpi bavaresi. Anche il mio personaggio, Ada, una baronessa che è l'unica cliente di questo hotel perché lei ha deciso di vivere li e di comprare le attenzioni delle persone che sono li tra cui il proprietario dell'hotel, un ex attore fallito poi diventato ladruncolo di auto, un intellettuale farabutto e un ex proprietario di terreni in Portogallo e assassino. Insomma in questo “belvedere” la decaduta aristocratica Ada si rifugia in questo albergo usando il sesso, l'alcol e il rapporto con questi uomini come una sorta di forma suicidale».
È una visione senza speranze della nostra società…
«Si è interessante notare che quando abbiamo debuttato con questo spettacolo, due anni fa circa, c'era ancora la voglia di guardare al futuro con ottimismo. Mentre oggi lo trovo purtroppo particolarmente aderente a quello che è il sentimento che serpeggia all'interno della nostra Europa e all'interno anche di noi stessi».
La vede una via d'uscita a questo degrado sociale e culturale che racconta Horváth?
«Ma speriamo che ci si rimetta un po'. Parlando soprattutto dell'Italia, il problema è legato anche ai fondi della cultura, anche la politica e come il cittadino italiano considera la cultura, spesso marginale rispetto al resto. Io però devo dire che non sono così pessimista come Horváth, o per lo meno lo sono rispetto alla politica di oggi, però riguardo le nuove generazioni sono ottimista».
Serena Fregni
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