Gazzetta di Modena

“Timbuktu”, lirica denuncia contro il fanatismo

di Alberto Morsiani

Nel film di Abderrahmane Sissako la tematica del rapporto tra individuo e potere al tempo dei jihadisti

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TIMBUKTU di Abderrahmane Sissako Mauritania/Francia 2014.

Il cinquantaquattrenne Abderrahmane Sissako, originario della Mauritania ma cresciuto in Mali, è forse il più grande regista africano vivente. Dopo aver studiato cinema a Mosca si è trasferito in Francia. Nel 1993 gira “Octobre”, di 37 minuti, una storia d’amore che si esaurisce in una notte a Mosca. Del 1998 è il capolavoro “La vie sur terre”, dove prende forma quel suo cinema dell’erranza nel quale troviamo una frequente contrapposizione tra l’Africa e l’Europa. Nel 2002 gira “Aspettando la felicità”, ambientato in un piccolo villaggio di pescatori sulla costa della Mauritania. Nel 2006 porta a Cannes “Bamako”, favola umanista in cui mette sotto accusa sia la sua terra sia le istituzioni internazionali dominanti. Ora, si propone con questo meraviglioso “Timbuktu”, nominato per l’Oscar. Il cinema di Sissako è simbolico, sospeso tra modernità e tradizione; vuole raccontare la realtà per conoscerla e farla conoscere oltre i confini del suo paese, attualmente ostaggio del fanatismo. Il suo è un cinema di confini e frontiere, appoggiato a un tempo sospeso, irrorato da una luce magica che avvolge i personaggi e i paesaggi. La tematica, universale e umanista, è incentrata sul rapporto difficile tra individuo e potere, libertà e giustizia. Sissako voleva girare proprio a Timbuktu, fantastica cittadina ai margini del deserto, fatta di antiche moschee in decadenza, ma un gravissimo attentato lo ha dissuaso. Ha girato così in Mauritania. Mette in scena un villaggio prigioniero e ostaggio del regime di terrore importato dagli jihadisti. La gente del popolo è terrorizzata, non si gioca più a pallone per le strade, la musica è proibita, non si può fumare, le donne devono velarsi il capo e stare al loro posto. Chi sgarra è perduto, viene infilato nella sabbia fino alla testa e torturato. Il dilemma morale tipico dei film del regista si instaura quando Kidane uccide accidentalmente un pescatore che aveva massacrato uno dei suoi buoi. Kidane è così costretto a confrontarsi con le leggi degli occupanti, un po’ come Antigone con Creonte nell’immortale tragedia di Sofocle. Il fatto è che il film si basa su un episodio davvero accaduto: la lapidazione di una coppia in un villaggio del Mali. Ma il significato del film è universale, come universale è la resistenza dell’uomo verso ogni forma di repressione, intolleranza e violenza. E ignoranza, come mostra una delle prime scene del film, lo scioccante tiro al bersaglio dei jihadisti contro alcune statue dogon e bambara sistemate su una duna. Il disprezzo dell’arte va di pari passo con il disprezzo degli esseri umani. Storie e personaggi si accavallano in un film corale, che cerca di descrivere la tragedia umana, alternando lirismo e humour nero, realismo e simbolismo. Emerge in maniera poetica l’ottusità di un regime che, appellandosi di continuo alla religione, finisce per negare, ci viene mostrato, proprio l’esistenza di Dio.

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