Gazzetta di Modena

«Vi raccontiamo l’emozione di vivere l’opera di un genio»

di Serena Fregni
«Vi raccontiamo l’emozione di vivere l’opera di un genio»

Giovanni Franzoni e Luca Lazzareschi, interpreti di “Io sono il vento” di Jon Fosse parlano dello spettacolo e della felice collaborazione con il registaLukas Hemleb

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MODENA. Da stasera al 29 marzo al Teatro delle Passioni va in scena “Io sono il vento”, prodotto da ERT, tratto dal libro del norvegese Jon Fosse per la regia di Lukas Hemleb con Giovanni Franzoni e Luca Lazzareschi. Lo spettacolo, già presentato nel 2011 in Francia, racconta la storia di due uomini e delle loro parole sospese in un viaggio in mezzo al mare.

Chi sono i protagonisti di “Io sono il vento”?

Giovanni: «I personaggi sono senza nome, si chiamano solamente l'Uno e L'altro, io interpreto l'Altro e si confrontano sulla voglia di vivere e sul mal di vivere. L'Uno in particolare è un suicida con il pensiero fisso della morte e sarà proprio questo che lo porterà a farla finita. L'Altro invece è il testimone, più positivo rispetto alla vita, che cerca di infondergli un minimo di volontà di vivere».

Luca: «I personaggi non hanno neppure un nome si chiamano l'Uno e l'Altro, quasi che fossero l'emanazione di un unica entità. Sono due uomini su una barca e l'Uno, quello che interpreto io si è buttato dalla barca. Lo spettacolo comincia infatti con la prima battuta, la mia, che recita “L'ho fatto, non volevo ma l'ho fatto”. In una sorta di interpretazione metafisica si sviluppa quindi la storia».

Questo spettacolo è stato diretto dal regista tedesco Lukas Hemleb, come è stato lavorare con lui?

Giovanni: «È stato molto aperto al nostro modo di lavorare, ai nostri talenti che sono diverso da quelli francesi. La nostra difficoltà è stata entrare in 19 giorni nella struttura dell'opera già determinata e fissata. Poi in questa difficoltà io e Luca ci siamo molto agganciati e anche se non avevamo mai lavorato insieme prima d'ora, Lukas è stato molto bravo perché ci ha dato la struttura ma si è adeguato al nostro modo di recitare il testo».

Luca: «Il regista è un uomo eccezionale, parla perfettamente in italiano e noi lo abbiamo riallestito con la stessa scenografia e la stessa storia. Questo non è stato semplice perché comunque il percorso di creazione dello spettacolo è stato condiviso con le componenti dello spettacolo stesso ed in questo caso ci siamo inseriti in una struttura già consolidata ma il risultato è decisamente confortante».

È uno spettacolo con una scenografia mobile, di cosa si tratta?

Giovanni: «Si la scenografia la spostiamo io e l'Uno e lo stesso scenografo che ha fatto le scenografie in Francia, Pietro Babina ha partecipato anche lui alla costruzione. Il desiderio del regista era proprio quello di avere una scenografia mobile sulla quale gli attori potessero intervenire e anche simbolica con le casse, che sono sia una struttura che costruisce ma anche può accogliere come nel caso del rimando all'acqua del mare».

Luca: «Si è uno spettacolo molto agito quasi al limite del performativo, c'è performance perché in scena ci sono 120 casse di plastica blu che vengono mosse continuamente da noi. All'interno di questa gabbia scenografica abbiamo avuto la libertà di fare variazioni, è una scenografia che viene composta di volta in volta dagli attori, è stato molto interessante».

Come lo definireste questo spettacolo?

Giovanni: «È un rapporto che si sviluppa più nel non detto che nel detto. C'è un tentativo di spiegare la voglia di morire dell'Uno ma che non si riesce a spiegare con le parole. C'è una battuta che mi piace molto del mio personaggio che recita così: “Tutto è immaginato, tutto è creato, anche se succede davvero è come immaginato, succede lo stesso nelle parole”. Quindi la mia speranza è che lui mi parli di questa sua paura di buttarsi ma che non lo faccia ma che poi invece lo farà. Però è tutto immaginato e si gioca molto su questo rapporto fra le parole e il fare».

Luca: «È un'occasione per vedere un'opera di Fosse, un genio e questo testo è uno dei più mistici perché Fosse nel suo teatro dimostra di essere un mistico laico, di essere portatore di un messaggio mistico ma laico soprattutto in questo testo. C'è sempre il grande personaggio assente ma presente ovvero la morte, che non viene mai citata ma c'è ed è sempre presente».

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