I volontari di casa nostra nella Legione Garibaldina
Stefani e Lancellotti combatterono nelle Argonne. Salvioli partì e tornò subito a Mirandola
Nella seconda metà del 1914, mentre l'Italia rimaneva fuori dalla guerra, diversi italiani (tra i quali alcuni modenesi) decisero di correre in aiuto della Francia. Si costituì la Legione Garibakdina, con 2.200 uomini tra cui una cinquantina di ufficiali, inquadrata nella Legione Straniera che si battè strenuamente nelle Argonne al fianco delle truppe francesi.
Organizzati da Peppino, Bruno e Ricciotti jr. Garibaldi (nipoti dell'Eroe dei Due Mondi), questi volontari crearono non pochi imbarazzi all’Italia ancora neutrale. Tra i garibaldini originari della nostra provincia abbiamo trovato Ludovico Stefani, Luigi Lancellotti e il caporale Longagnani.
Stefani, nato nel 1892, lavorava come impiegato. Nel rientrare in Italia nel marzo del 1915, preferì far perdere le sue tracce quasi subito, dopo essere passato per Ventimiglia.
Negli stessi giorni, a seguito dello scioglimento della Legione Garibaldina, Lancellotti rientrò in città, rilasciando una lunga intervista alla Gazzetta dell'Emilia. La sua famiglia si era trasferita da qualche anno nella cittadina francese di Angoulême, dove il padre svolgeva l'attività di pittore.
Appena scoppiata la guerra Lancellotti, rimasto senza lavoro (il padre nel frattempo era morto) ottenne di essere arruolato nella Legione Italiana comandata da Peppino Garibaldi. Per essere arruolato il modenese, appena diciassettenne, aveva dovuto dichiarare un anno in più. Insieme ad altri volontari fu addestrato a Montélimar fino a quando, il 6 novembre 1914, partì per Mailly Le Camp, tra Troyes e Reims. Secondo quanto riportato alla Gazzetta dal giovane, gli italiani arruolati ricevevano «nutrimento scarso e di pessima qualità, un pò di tabacco e un soldo al giorno». Vestivano «abiti semplici e rozzi, un cappotto azzurro, un chepì rosso con la stella, distintivo della Legione Straniera». La disciplina era «assai severa», con «lunghe marce a piedi, combattimenti sanguinosi, privazioni e anche scortesie da parte dei francesi». L'unico vantaggio era rappresentato dall'indennità corrisposta dal Governo francese alle famiglie dei volontari là residenti: 2,25 Lire al giorno.
I volontari partirono per il fronte il 17 dicembre. Lancellotti arrivò più tardi, la notte di Natale, giusto in tempo per essere mandato contro le truppe tedesche nella foresta delle Argonne, dove affrontò «un violentissimo combattimento alla baionetta». In quell'occasione perse la vita Bruno Garibaldi e qualche giorno dopo un altro dei suoi cinque fratelli arruolati, Costante. Il 6 gennaio il volontario modenese fu coinvolto in un secondo scontro ed anche in questo caso si salvò. Ammalato, fu ricoverato a Mentone e dopo un mese tornò in licenza ad Angoulême per rivedere la famiglia.
Il giovane non mancò di denunciare alla Gazzetta «la più nera ingratitudine» di una parte dei Francesi verso gli «eroi italiani delle Argonne», provocata, secondo quanto scrisse «dall' inutile attesa dell'intervento dell'Italia nella guerra».
Nonostante i suoi 48 anni, anche l'ex sindaco di Mirandola Francesco Salvioli, socialista riformista, partì nel novembre del 1914 per arruolarsi tra i volontari che combattevano in Francia. Secondo quanto scrisse un giornale liberale, una volta arrivato a Montélimar per aggregarsi al corpo di volontari italiani, Salvioli si rifiutò di sottoscrivere una dichiarazione che impegnava a rimanere sotto le armi fino alla fine della guerra e preferì tornare a casa. La sua ritirata fu accolta da una caustica vignetta de L'Operaio Cattolico, giornale con il quale l'ex sindaco aveva a lungo polemizzato, in passato.
Un altro modenese coinvolto nei combattimenti del 1914 sul fronte francese rimase gravemente ferito e riuscì a riprendersi anche grazie ad un incontro casuale. Si trattava di Enzo Manfredini, figlio del capo sarto della Scuola Militare di Modena. Al momento dello scoppio della guerra Enzo abitava a Parigi da sei anni e collaborava con noti periodici satirici come caricaturista. Partito volontario come porta-feriti, il 17 settembre Manfredini venne ferito nei pressi di Reims da una scheggia di obice e quindi fu travolto da una carica di cavalleria. Rimase per 14 ore disteso a faccia in giù su un prato, privo di sensi, prima di essere soccorso da un medico francese che lo portò a casa sua per curarlo con ogni premura. Secondo quanto riportato dalla Gazzetta, il dottore lo aveva infatti riconosciuto come amico di suo fratello, che faceva il giornalista a Parigi.
Una volta guarito, questo valente artista continuò a collaborare allo sforzo dell'Intesa, disegnando per due giornali di trincea editi in Francia: La bajonette e Sempre avanti.
Morì a Roma nel 1922, a soli 35 anni.
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