Gazzetta di Modena

visto da morsiani

“Foxcatcher”, nei meandri del potere

di Alberto Morsiani

Il film di Bennett Miller, un grande studio sulla psiche americana

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FOXCATCHER – UNA STORIA AMERICANA di Bennett Miller. Usa 2014

La biografia succinta che l’assai discreto Bennett Miller ha permesso fosse resa pubblica non permette di costruire teorie molto elaborate sull’origine della sua adesione ai temi dell’umiliazione e della vanità delle relazioni umane. Tuttavia, anche una filmografia corta fa capire come il regista sia sensibile al destino di individui dalle ambizioni contrastate, in grado di dar prova di valore nei rispettivi campi d’azione, ma al prezzo di dolorosi tradimenti al proprio codice di valori. Come indizi, prendiamo Truman Capote e le sue menzogne a se stesso e agli altri nel biopic del 2005, oppure il personaggio lunare interpretato da Jonah Hill in “L’arte di vincere” (2011). Con “Foxcatcher”, Bennett fa un passo in avanti, prendendosi un piacere contagioso nell’esplorare gli anfratti più oscuri e avvelenati di una relazione che coinvolge tre uomini e che li conduce all’autodistruzione e alla follia omicida. Capita che la sceneggiatura del film si basi su un fatto di cronaca nera che sembra tagliato su misura per le ossessioni del regista. Negli anni Ottanta, Mark Schultz, lottatore medaglia d’oro alle Olimpiadi di Los Angeles, viene contattato dal miliardario John du Pont che vuol fargli da mecenate. Costui, erede di una famiglia che ha costruito la sua fortuna sulla fabbricazione della polvere da cannone, possiede le stimmate di una aristocrazia degenerata: è chiaramente pazzo, laido, autoritario fino alla tirannia e collezionista di diverse bizzarrie. Du Pont aggiunge alla sua raccolta di Americana anche il fratello maggiore di Mark, Dave, per guidare la pattuglia di atleti di cui è despota. Naturalmente, il magnate è succube di una madre che, pur su una sedia a rotelle, continua a manifestargli il proprio disprezzo. Prosegue così la sua deriva, come in un Sogno Americano andato a male. A parte la madre, nessun altro personaggio è in grado di opporsi ai suoi desideri puerili: la realtà, per lui, esiste solo in forma eterea nell’immenso maniero che lui non lascia quasi mai. Dopo aver sistemato i pezzi sulla scacchiera, Bennett li muove con gusto e lucidità, giustamente trascurando ogni suspense: dai primi minuti del film, capiamo che tutto andrà a finire male. Tra rinunzie umilianti e vane dimostrazioni di servilismo, il film è un lungo spasimo in cui la tentazione di sorridere è contrastata dall’imbarazzo da incubo delle situazioni. “Foxcatcher” agisce così come una commedia in maschera a vari livelli, un gioco di ruolo feroce in cui ogni personaggio crede di scambiarsi con gli altri e non smette di sprofondare in una menzogna assurda che finirà nel modo più crudele. Il lottatore diventa il giocattolo consenziente dei capricci di un vecchio solitario. Anche se la critica sociale non è l’obiettivo di Miller, è anche possibile vedere il film come un soffocante percorso in apnea tra i meandri del potere e del suo esercizio. Un po’ come “The Master”, l’altro capolavoro di Paul Thomas Anderson a cui questo può essere idealmente affiancato: due grandi studi sulla psiche americana.

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