Gazzetta di Modena

Bory: «Plan B, un teatro fisico che diventa arte dello spazio»

di Chiara Bazzani

Un circense francese e un artista newyorkese s’incontrano e nasce lo spettacolo fatto di contaminazione tra generi che ha conquistato consensi in tutto il mondo

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MODENA. Questa sera e domani, alle 21, il teatro Storchi apre le porte a “Plan B”, uno spettacolo che ha nella contaminazione linguistica tra generi teatrali diversi la sua cifra stilistica. Creato nel 2003, anno in cui il francese Aurélien Bory e l’artista newyorkese Phil Soltanoff si incontrano, “Plan B” ibrida il suo linguaggio con quello del circo, delle arti visive, del teatro e della danza. Uno spettacolo di grande successo con acrobazie, balzi, giravolte, clownerie e azioni mimiche che ottiene ancora oggi uno strepitoso consenso di pubblico in tutto il mondo e che non mancherà di far divertire il pubblico. Lo spettacolo è inserito nell’ambito della rassegna “Corpi&Visioni”, progetto di circo contemporaneo in Emilia-Romagna promosso da Ert, I Teatri di Reggio Emilia e il Teatro Comunale di Ferrara. Momenti non-sense si alterneranno a quadri di spiccato humor e ad altri quasi drammatici, con una morale: nella precarietà e nell’era multitasking del presente non c’è nessuna certezza, tutto è in cambiamento ed evoluzione, tanto vale prendere le cose come vengono.

Signor Bory, a che cosa si ispira nel suo teatro e come definirebbe le sue performances?

«Affronto il teatro come un’arte dello spazio, con tutte le leggi fisiche che lo regolano, e anche come un'arte del corpo. Le attitudini del corpo (danza, acrobazia...) e le risorse e i mezzi del palcoscenico (scenografia, luce...) sono così alla base del mio vocabolario. È sempre difficile definire il genere perché i confini sono indistinti e sfumati, ma parlo volentieri del mio lavoro come un teatro fisico. Fisico nei due sensi del termine: fisicalità del corpo e fisica dello spazio».

Mi parli dello spettacolo. Da dove è nato?

«Ho avuto l'idea di fare una trilogia sullo spazio, declinando le sue dimensioni. Il Volume, spazio a tre dimensioni, il Plan, spazio a due dimensioni e la linea, spazio a una dimensione, costituiscono le tre ante (alette, valvole) della trilogia. Plan B è quindi la seconda opera, sul progetto (piano). Immagino letteralmente un piano che sarebbe posto sul palcoscenico, e che potrebbe essere nei tre stati possibili in rapporto alla gravità: orizzontale, verticale, e inclinato. La sola regola di spartizione era che ogni azione si sarebbe posta su questo piano, e che lo stesso piano sarebbe passato da uno stato all'altro e avrebbe definito la struttura drammaturgica».

Lei afferma che nell'era attuale le cosa variano in continuazione e allora tanto vale prenderle come sono. Però Paln B, se capisco bene, è un tentativo appunto di non accettare le cose così come sono?

«Certamente. Lo sviamento è un principio del Plan B. Gli uomini tentano di appropriarsi dello spazio, ma appena vi arrivano lo spazio cambia e essi devono ricominciare di nuovo. Sono in un Plan B perpetuo».

Desidererei che lei parlasse del suo sodalizio artistico con Phil Soltanoff?

«Phill Soltanoff veniva dal teatro e andava verso il movimento e io venivo dal circo e andavo verso il teatro. Ci siamo ritrovati a metà. Avevo molta voglia di proporre a Phill Soltanoff questa collaborazione. Plan B è uno spettacolo ibrido che è il riflesso della nostra complementarità».

Che tipo di rapporto c'è con il pubblico?

«L'atto di creare tende a collocarsi in un comportamento non convenzionale. Il teatro non esiste. Esistono dei teatri, tanti, e noi cerchiamo il nostro. È assolutamente necessario inventare nuove forme».

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