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“Ero”, César Brie naufrago in un mare di ricordi e rabbia

“Ero”, César Brie naufrago in un mare di ricordi e rabbia

Al Teatro delle Passioni da questa sera in scena l’attore e regista argentino «Parlo di me, ma è una storia collettiva». Arte e merito: la critica all’Italia

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MODENA. Da oggi (ore 21) al 29 aprile al Teatro delle Passioni va in scena "Ero", l'ultimo spettacolo ideato, diretto ed interpretato dall'artista argentino César Brie. Una storia, un viaggio attraverso i legami, le emozioni, la famiglia e il passato.

Che cos'è "Ero"?

«Ero è un'immagine che ho creato, parla di me, ma soprattutto dei temi familiari che ho indagato insieme ai miei allievi nei seminari, con le grandi parole dell'esistenza delle persone: amore e paradiso. Dalle risposte delle persone ho capito che in realtà quello che sorgeva dietro le grandi parole dell'esistenza sono i rapporti familiari e il lavoro, quindi la necessità e l'affetto. Ho fatto una lista di tutti questi elementi su cui volevo indagare poi ho comparato questo con la mia biografia. Quello che nel testo mi apparteneva l'ho raccontato in prima persona mentre tutto ciò che non mi apparteneva ho cambiato la mia biografia per raccontare queste cose e comunicarle agli altri. Ho creato questa specie di "finta" autobiografia che ha molto di vero e molto di verosimile e ho costruito questo viaggio che in realtà è anche un testamento».

Chi è il protagonista della storia?

«Il protagonista è un marinaio su una zattera che racconta del suo passato; in scena ci sono anche quattro angoli che rappresentano le quattro stagioni inverno, autunno, primavera ed estate in cui sono collocati rispettivamente padre, madre, nonna e bambino e quindi racconta la storia e i rapporti con il padre, madre, nonna e se stesso bambino. Ad un certo punto quando il personaggio decide si sbarazzarsi del bambino, lo seppellisce e lo mette dentro ad una bara, lo chiude dentro proprio a martellate e resta in preda al rancore, cioè quella sensazione che si prova quando si uccide in bambino che abbiamo dentro di noi. L'uomo quando dimentica chi è stato diventa un uomo assetato di potere, preso solo dal lavoro, senza vedere gli altri risvolti della vita. Questa è la cosa che all'uomo fa male».

Definisce l'opera come un testamento, cosa significa?

«È un testamento nel senso di un lascito, i testamenti non si fanno quando si sta per morire ma quando uno sente che sta per girare l'angolo dell'esistenza. Lo fa un vivo per i vivi, per me è anche un modo per ripartire. In questo testamento c'è qualcosa legato al cambiamento e ad una nuova tappa».

Lei è argentino ma ha lavorato parecchi anche in Italia. Che differenze trova tra i due paesi in termini lavorativi?

«Io preferisco lavorare in Argentina perché lì il teatro si sostiene con il merito degli artisti mentre in Italia questo non avviene perché ci sono intermediari tra l'artista e il pubblico che decidono spesso le programmazioni e la maggior parte delle volte non sono legate alle qualità dell'artista ma ai luoghi o alle convenienze dei produttori. Io preferisco una realtà meno invasiva come quella argentina dove qualsiasi artista può montare un lavoro e farlo e se è valido la gente lo va a vedere a un sistema come italiano dove manca molto il merito».

Lei ha diretto anche diversi film, preferisce la direzione teatrale o cinematografica?

«Fare teatro è molto più stimolante che fare cinema, la differenza sta nel fatto che il cinema resta a lungo termine mentre il teatro no. Nel cinema tu lavori per qualcosa che sarà visto dopo mentre a teatro lavori per qualcosa che viene visto nel momento. Possiamo dire che al cinema hai un rapporto con il botteghino mentre a teatro lo crei con il pubblico».

Che progetti ha dopo questo spettacolo?

«Sto già lavorando da tempo ad un altro spettacolo tratto dal lavoro di una grande filosofa, Simone Weil. Il suo pensiero è davvero straordinario come il suo lavoro. Lei ha analizzato a fondo le cause dell'oppressione sociale ed è stata anche una mistica ed una combattente e quindi su di lei sto creando un grande lavoro».

Serena Fregni

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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