Gazzetta di Modena

Micolano al Film Festival: vi racconto l’arte del trailer

di Maria Vittoria Melchioni
Micolano al Film Festival: vi racconto l’arte del trailer

Il regista ospite al Nuovo di Castelfranco per l’apertura della rassegna

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CASTELFRANCO. Il Nonantola Film Festival ha preso il via mercoledì sera con la proiezione al Cinema Nuovo di Castelfranco del docufilm sull'evoluzione del trailer cinematografico “C'era una volta il Prossimamente” del regista Fabio Micolano, presente in sala. In un riuscitissimo Cineforum condotto da Cristina Provenzano di TRC e da Gianluigi Lanza, direttore artistico del Festival, Micolano ha svelato molti segreti sulla sua professione offrendo al pubblico un’interessantissima apertura di un festival che di anno in anno si va sviluppando. Al termine Micolano ha anche accettato di rispondere ad alcune domande.

Com'é nata questa sua passione per il cinema?

«Mi è stata trasmessa da mio padre, anche lui lavorava in questo magico mondo. Ora come ora, mi ritengo un regista sì, ma non ancora in grado di mantenermi. Sono per così dire un precario di lusso che può permettersi di fare quello che ama».

Come si diventa registi?

«La scuola di cinema è importante, ma molto più importante è stare sui set. Il passaggio dalla teoria scolastica alla pratica è un po' traumatico ma molto eccitante. È fondamentale sperimentare in prima persona. Poi è altrettanto importante lavorare a fianco di grandi maestri. Molti registi importanti sono stati in passato aiuto-registi di altri grandi direttori: Rosi fu aiuto regista di Visconti per esempio. Io ho iniziato con Giovanni Veronesi sul set de “Il barbiere di Rio”. Poi con Leonardo Pieraccioni per “Il Principe e il Pirata”, con Angelo Longoni, con Vincenzo Salemme ed altri».

Il suo documentario raccoglie interviste esclusive a Giuseppe Tornatore, Carlo Verdone, Renzo Arbore, Ettore Scola, Pupi Avati, Aurelio De Laurentiis, Enrico Lucherini, Maurizio Nichetti, Neri Parenti, Marco Risi, Ettore Scola, Giovanni Veronesi e Paolo Virzì. Tutti loro sostengono che il trailer non deve essere realizzato dal regista che ha girato il film. Perché?

«Il trailerista è una figura a sè. Non è un montatore, sebbene i montatori facciano un lavoro eccelso, e non è un regista. Quest'ultimo è troppo legato emotivamente alla pellicola per poterla tagliare e tradurla in un linguaggio efficace in pochi secondi. Così il trailerista è colui che per primo dà una visione ed un'interpretazione della pellicola che sarà poi quella che decreterà o meno l'afflusso della gente in sala. Non un lavoretto trascurabile quindi. Sono veri artigiani dell'immagine. Nei miei documentari preferisco raccontare persone e professionalità solitamente trascurate o dimenticate, sottovalutate. Così è il trailer, “riassunto narrativo” di struttura ibrida, a metà fra lo spot commerciale e il film stesso, la cui realizzazione esige è un mix di linguaggio pubblicitario e capacità di sintesi. Igino Lardani e Miro Grisanti sono i “traileristi” che hanno fatto la storia in questo settore di importanza fondamentale, sebbene sconosciuto agli spettatori».

Come si è evoluto il trailer negli anni?

«Le parole sensazionali che caratterizzavano i primi “prossimamante” hanno lasciato il posto a musiche emblematiche, chi non ricorda il ritmo cadenzato che evocava l'arrivo dello squalo? O a grafiche sempre più interattive con gli spezzoni dei film. Poi con l'avvento degli anni '80 e della cultura dei videoclip, il linguaggio è completamente cambiato fino a giungere ai minispot di cinque secondi durante le partite di calcio. Delle vere e proprie imprese comunicative».

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