“Mia madre”: il nuovo corso intimo di Moretti
Negli anni il regista si è omologato: non più furia iconoclasta ma commozione per il dolore del mondo
MIA MADRE di Nanni Moretti. Italia 2014
Nel 2001, Nanni Moretti vinse la Palma d’Oro con “La stanza del figlio”. La totale e accorata immersione nel dolore d’una famiglia colpita dalla perdita d’un figlio, e fratello, l’estrema verità che l’interpretazione di Laura Morante, come moglie e madre, conferiva alla tragedia “umanizzarono” per la prima volta la figura di Moretti avvicinandolo alla sensibilità comune e togliendolo per sempre dal ruolo un po’ caricaturale di regista sessantottino. Da quel momento in poi anche chi era distante da lui, non ha potuto che inchinarsi a questa nuova immediatezza emotiva. Dopo il cinema “appuntistico”, culminato nel 1998 con “Caro diario” (1993), anch’esso premiato per la regia a Cannes, e con “Aprile” (1998), Moretti si è consacrato definitivamente al racconto solidamente strutturato. Quello, infatti, di “Mia madre”, un film dalla sceneggiatura di ferro, anch’esso in concorso a Cannes quest’anno. Una sceneggiatura, scritta a sei mani (oltre a Moretti, Francesco Piccolo e Valia Santella), che vede come protagonista un alter ego femminile dello stesso Moretti, interpretato da una Margherita Buy nel ruolo di una cineasta in crisi creativa, che deve fronteggiare le difficoltà del set e, contemporaneamente, assistere in ospedale la madre che sta morendo. Al suo fianco lo stesso Moretti nel ruolo del fratello, che abbandona il lavoro da ingegnere per vivere di più accanto alla madre. Tutti i personaggi del film sono, in qualche misura, in crisi esistenziale. Non ci sono motivi specifici, non c’è più Berlusconi che corrompe le anime belle o una classe dirigente di sinistra che ha tradito le speranze. No, Moretti ormai se ne frega assolutamente dell’attualità politica, forse anche di ogni attualità tout court. Volendo, si potrebbe aggiungere che Moretti affida proprio al film nel film (quello diretto dalla Buy) ciò che rimane di quella riflessione sociale e politica che un tempo lo assillava. Si tratta peraltro di un affidamento ironico, con quel teatrino della politica, i personaggi stereotipati, come se ormai il “di fuori” non contasse più nulla (infatti la Buy non riesce a dare un ordine logico al suo film), come se la rassegnazione avesse avuto il sopravvento una volta per tutte. Ciò che interessa a Moretti ormai è il “di dentro”, la fatica di sopravvivere, il lutto intimo e profondo che ti coglie quando viene a mancarti una persona amata, la difficoltà di far corrispondere il sentimento, ciò che si prova, con ciò che accade in modo inevitabile agli esseri umani. Moretti con gli anni è davvero maturato, fin troppo se vogliamo. Si è omologato. La rabbia iconoclasta, con i suoi furori e ingenuità, ha lasciato il posto alla commozione e alla rassegnazione davanti all’inesorabile dolore del mondo. Per questo, i suoi film hanno ora bisogno di una struttura rigida e ferrea, che dia “sicurezza”, a fronte di un mondo che non dà più né sicurezza né certezza.
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