Gazzetta di Modena

“I bambini sanno”, un Veltroni troppo buonista

di Alberto Morsiani
“I bambini sanno”, un Veltroni troppo buonista

Il film riesce a non deludere ma non per merito del regista che eccede nel “politicamente corretto”

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I BAMBINI SANNO di Walter Veltroni. Usa 2015

Walter Veltroni di mestiere fa il politico, e si vede anche quando si cimenta come regista. Dopo l’esordio, col film quasi dovuto, sul suo mentore Enrico Berlinguer, raddoppia con un documentario dedicato ai bambini. E mostra il suo coté politico selezionando trentanove bambini scelti con un casting accuratissimo e politicamente supercorretto, attento a ogni minoranza (neri, disabili, asiatici inclusi), nel tentativo di rappresentare tutti i coetanei dai nove ai tredici anni, e in qualche misura, attraverso la lente prismatica dei piccoli, offrire anche una lettura dell’Italia dei grandi. Visto l’autore, predomina il buonismo, naturalmente. Quanto appare lontana, nella visione, la sana cattiveria del capolavoro di De Sica/Zavattini del 1944 “I bambini ci guardano”, precursore del neorealismo, che rappresentava impietosamente e coraggiosamente un’Italia egoista e senza valori, con la sua piccola borghesia pettegola, moralista e inutilmente sentimentale, la sua grande borghesia fatua e corrotta, con i suoi bambini incompresi e testimoni e vittime degli errori degli adulti! Il film di Veltroni assomiglia piuttosto a un altro “Il futuro - Comizi infantili” (2007) di Stefano Consigli, quasi identico se non che Veltroni, a differenza di Consiglio, sceglie di annullarsi quasi totalmente, lasciando il campo ai bambini, che vengono intervistati nel chiuso delle loro camerette. Interrogati un po’ su tutto, con una preferenza ai Grandi Temi da “Porta a Porta”, tipo cosa pensi di Dio, o delle coppie gay, o della crisi economica o della guerra… Nonostante tutto, nonostante il politicamente corretto veltroniano, i bimbi, come quasi sempre accade miracolosamente al cinema, riescono a non deluderci. Sono meravigliosi nello spiazzarci, nello scarto tra quello che dicono e l’idea spesso distorta che noi adulti abbiamo di loro. Mostrano facce stupende, e una maturità che non cessa di stupire, discorrendo con incredibile saggezza un po’ di tutto. Solo a tratti manifestano il loro lato più infantile, ingenuo o naif. Per lo più, paiono straordinariamente saggi e tolleranti. Si fatica a comprendere come bambini come questi, o come quelli che siamo stati noi un tempo, si trasformeranno in seguito in adulti intolleranti, evasori, dediti a ogni tipo di furbizia e inganno e mancanza di scrupoli e di pietà, insomma nell’Italia adulta del malaffare, della corruzione, del fregare il prossimo e lo Stato.

Veltroni non tenta neppure di fare questo triste collegamento; si limite a dare la scena ai suoi trentanove (trentanove come gli scalini del film di Hitchcock, è il Veltroni cinefilo che emerge?) eroi. Alla fine, però, il regista allenta un po’ le briglie ed ecco i bimbi liberarsi, svelare le loro passioni, impadronirsi della macchina da presa per filmare la loro stanzetta. Infine diventano loro i registi della loro ancora breve vita.

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