Gazzetta di Modena

“Boxe” di Civilleri-Lo Sicco: sport come metafora sociale

di Chiara Bazzani
“Boxe” di Civilleri-Lo Sicco: sport come metafora sociale

La compagnia presenta lo spettacolo, giovedì in prima nazionale, ai Segni «Il nostro lavoro si sviluppa per tappe partendo da laboratori e da un’intuizione»

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MODENA. Debutto in prima nazionale, giovedì, per lo spettacolo “Boxe - Attorno al quadrato”, in scena al Teatro dei Segni alle 21.30 nell'ambito della rassegna Trasparenze Festival. La tappa successiva dello spettacolo sarà al Teatro Biblioteca Quarticciolo di Roma il 22 e 23 maggio. Ideato e diretto da Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco su testo originale di Enrico Ballardini, lo spettacolo è l'ultimo lavoro di questa compagnia nata nel 2011, dopo il distacco dalla Compagnia Sud Costa Occidentale fondata assieme a Emma Dante Gaetano Bruno e Italia Carroccio nel 1999. La compagnia Civilleri/Lo Sicco è attualmente residente al Teatro de Segni.

Manuela, lo sport è un ambito che vi sta affascinando da un po' di tempo. Perché?

«Perché crediamo che alcuni sport siano in grado di raccontare molto bene le dinamiche sociali, i rapporti tra gli uomini, svolgendo anche una funzione comportamentale molto importante nel modo di intervenire in queste dinamiche sociali. Il primo spettacolo che abbiamo fatto s'intitolava “L'educazione fisica”; era la storia di un professore di educazione fisica che cerca di plasmare gli adolescenti per farli diventare una squadra perfetta. L'indagine verteva sull'autorevolezza dell'insegnante nei confronti di un gruppo di adolescenti, cercando di evidenziare la differenza tra avere autorità e avere autorevolezza. La dinamica era tra il singolo e il gruppo. Poi abbiamo iniziato a studiare il mondo della boxe, dove invece il rapporto è di uno a uno, come se fosse un uomo allo specchio, e siamo arrivati allo spettacolo “Boxe attorno al quadrato”».

Perché questo titolo?

«Perché quello che si vedrà immediatamente è l'ambiente vissuto dalle figure che stanno intorno al ring: il vecchio allenatore, il secondo, la cassiera, la dottoressa. Sono tutte persone che stanno in un luogo senza un reale scopo perché non hanno il pugile, ecco perché “attorno al quadrato”. Queste persone si trovano in difficoltà perché viene chiesto loro un evento pugilistico e non hanno il pugile. E non ce l'hanno più perché si sono lasciati andare, perché vivono in un mondo in caduta. Allora decidono di prendere un ragazzo delle pulizie e lo convincono che potrà essere il loro pugile. Attraverso questo spettacolo vogliamo mettere in evidenza un certo aspetto del mondo del lavoro. Un lavoro che se affrontato in decadenza non ha più la motivazione originaria. Il team si rivolge a questo ragazzo per convenienza, non perché effettivamente lo voglia educare, e rimane coinvolto in questa grande truffa».

Mi viene in mente il film The Truman Show...

«In qualche modo lo ricorda perché il pugile è l'unico personaggio autentico, mentre gli altri hanno tutto un altro progetto rispetto a quello che dicono. Il mondo è totalmente al contrario. Il pugile incarna, a sua insaputa, la filosofia del team e alla fine si ritrova a rappresentare il nulla che è quello che sono gli altri».

Che tipo di lavoro fate per la creazione degli spettacoli?

«Il nostro modo di lavorare è per residenze, siamo una compagnia nomade che cerca ospitalità presso strutture. Gli spettacoli hanno sempre uno sviluppo per tappe, prima si fanno i laboratori per studiare il mondo su cui vogliamo lavorare. Qui abbiamo per esempio lavorato con un attore giocoliere per indagare l'input iniziale che era quello della “caduta”. Lavoriamo su scritture sceniche originali, quindi il nostro percorso parte proprio da zero, e poi da un'intuizione, da una domanda costruiamo tutta la storia, il modo di raccontarla, l'ambiente, quindi il palcoscenico per noi all'inizio è un foglio totalmente bianco».

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